L’Isola di Pasqua e le sue storie

E’ inverno, lunedì sera, fa freddo e piove. Immaginatela così. Siete a casa con i vostri amici e l’unica forma di evasione che avete è navigare sul Web in cerca di una meta per le vacanze estive. Tra un viaggio low cost in Colombia, le piantagioni di caffè in Brasile e i gabbiani con le zampe celesti delle Galapagos, finite per imbattervi in alcune storiacce su un’isoletta dispersa nell’Oceano Pacifico: l’Isola di Pasqua.

Da una parte, se navighi per tremilaseicento chilometri verso est, c’è il Cile; se invece cerchi cose andando nelle altre direzioni, dopo solamente duemilasettantacinque chilometri ci sono le isole Pitcairn. Logisticamente comodo se hai urgente bisogno di qualcosa che sull’isola non si può trovare. Metti che una mattina ti svegli e hai voglia di mortadella, e sull’isola non ce n’è. Che fai? Stai fresco.

Centosessanta chilometri quadrati di terra in mezzo al niente, che solo per trovarla su Google Earth serve una laurea in Studi Geografici e Antropologici. Eppure, intorno all’anno 1000 d.C., una banda di polinesiani a bordo di poderosi Kon Tiki (delle travi di legno incrociate alla bene e meglio per formare una zattera) raggiunse non si sa bene come l’Isola di Pasqua – chiamata così successivamente, quando venne scoperta degli europei proprio il giorno di Pasqua del 1722.

Al loro arrivo i polinesiani trovarono un’immensa foresta di palme, un mare pieno di pesci e un clima perfetto. Insomma, le circostanze erano talmente favorevoli che decisero di restare e proliferare, tanto che nel giro di alcuni secoli la popolazione passò da poche centinaia a quasi ventimila abitanti. Fertili e promiscui.

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Dovete tenere presente che, oltre all’isolamento geografico, l’Isola di Pasqua viveva anche un isolamento sociale e culturale: Medioevo, Rinascimento, Maometto, Lutero… tutte cose appartenenti a un pianeta totalmente diverso. Loro stavano lì, in un’isoletta sperduta in mezzo all’Oceano, e non avevano nessun tipo di contatto con il mondo esterno. Esistevano solo loro, per quanto ne potevano sapere, e – giustamente – di tutto il resto se ne sbattevano.

E qui c’è il primo colpo di genio: come tutti gli esseri umani (se escludiamo il prof. Nietzsche, che non a caso finì per abbracciare cavalli, e gli autori di questo blog, pensatori dello stesso calibro e che con buone probabilità finiranno anch’essi a coccolare equini), anche gli abitanti dell’Isola di Pasqua cominciano a sentire l’esigenza di trovare una qualche divinità da venerare. Iniziarono così a costruire i Moai, quei testoni alti fino a dieci metri che vedete in tutte le foto e le cartoline. Pare rappresentassero antenati defunti o importanti personaggi della comunità, e venivano posizionati con lo sguardo rivolto al mare in segno di buon auspicio per la pesca. C’era un solo, piccolissimo problema: per portare giù questi pietroni dalla montagna servivano slitte e rulli dei tipi più svariati, e la costruzione di questi richiedeva una enorme quantità di legname. Il risultato fu che, per sopperire all’incombente esigenza di costruire i Moai, l’isola finì per essere disboscata completamente: niente più alberi, niente più legna da ardere, niente più fauna selvatica, niente più niente. Ne scaturirono ripetute guerre civili causate dall’inasprirsi dei rapporti interni tra le tribù, divenuti ovviamente più tesi in seguito alla sopravvenuta scarsità delle risorse. Un disastro colossale.
Inutile dire che, nel giro di pochi anni, il numero di abitanti si abbassò da circa ventimila a poche centinaia, e il livello di qualità della vita si abbassò drasticamente. Anche perché di gente in vita ne era rimasta poca.

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“Più Moai, servono più Moai”

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In questa situazione drammatica, però, pare che il bisogno principale per i pochi sopravvissuti fosse quello di trovare velocemente un nuovo culto: “Ok, questa cosa dei Moai ci è un po’ sfuggita di mano; stavolta vediamo di trovare un Dio più economicamente sostenibile”. Messi da parte i testoni degli avi, nel 1500 circa fu così deciso che da lì in poi si sarebbe venerato l’Uomo Uccello (“Tangata Manu” in polinesiano): una divinità, come il nome suggerisce, metà uomo e metà pennuto.
La cosa interessante di questa nuova religione è che il titolo di Dio era in palio: ogni anno, infatti, veniva indetta una speciale competizione tra gli abitanti dell’isola, e chi ne usciva vittorioso veniva incoronato Tangata Manu.

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“Oh ragazzi oggi facciamo una gara: chi vince è Dio”

Il rito aveva delle regole ben precise: per ciascuna edizione, ogni tribù dell’Isola sceglieva il suo uomo più valoroso, il cui nome solitamente veniva rivelato alla comunità tramite una profezia o un sogno. I partecipanti così selezionati si ritrovavano poi al Santuario di Orongo, da dove iniziava la gara. Pronti via, e si buttavano giù da uno strapiombo, attraversavano un pezzo di mare popolato da feroci squali per raggiungere un’isoletta lì vicina, sulla quale dovevano trovare il primo uovo deposto dalla Sterna Fuscata (una sorta di gabbiano) e riportarlo sulla terra, consegnandolo al Gran Sacerdote. Chi avesse riportato per primo un uovo al Santuario e ne fosse uscito vivo ed ancora in possesso di tutti e quattro gli arti, sarebbe diventato l’Uomo Uccello (e quindi Dio) fino alla primavera successiva, per poi rimettere in palio il titolo. Insomma, un vero e proprio campionato per decidere chi per un anno sarebbe divenuto il Signore.
Democratico e sostenibile, quindi, se si tralasciano i poveri disgraziati trucidatisi tentando l’impresa: niente foreste abbattute, nessun disastro faunistico, stop alle guerre civili, oltre alla creazione di una straordinaria possibilità di scalata sociale per gli abitanti dell’isola. Poter diventare Dio: crediamo che nessuna società abbia mai offerto tanto.

VADO A COMPRARMI UN’ISOLA E DIVENTO RE

In quanti hanno pensato, almeno una volta nella vita, di lasciare tutto ed andare ad aprire un Bar sulla spiaggia in qualche isola paradisiaca? Probabilmente tutti. Ma in quanti hanno un ego così smisurato da pensare di comprarsi un’isola ed autoproclamarsene monarca?

Perché esattamente questo fece Dutroux-Bornier, un ufficiale francese reduce dalla guerra di Crimea che, giunto sull’Isola di Pasqua nel 1866 insieme ad un socio d’affari, si comprò per pochi spiccioli il 90% del territorio, confinò le tribù locali nel restante 10%, sparse pecore e mucche nei campi lasciati liberi e si autoproclamò Re dell’Isola di Pasqua. E il bello è che per dieci anni la cosa funzionò. Poi gli indigeni, stremati dalle condizioni disumane quest’uomo dall’ego smisurato aveva deciso di sottoporli, decisero di ribellarsi ed andarono a fargli la festa. Non si può dire, però, che facendo secco Dutroux-Bornier riconquistarono la libertà: al suo posto arrivarono i cileni, poi i francesi, poi la lebbra, poi Tohr Heyardahl che andava a giro per il mondo a fare cose in Kon Tiki,… Ma queste sono altre storie, che forse un giorno vi racconteremo.

Ora vi salutiamo perché dobbiamo andare ad allenarci: la primavera è vicina, e quest’anno contiamo di vincere. L’uovo della Sterna Fuscata dovrà essere nostro.

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