Il caos – di Matteo Gennari

Ecco un nuovo racconto da Rio de Janeiro, estratto da una raccolta di racconti di Matteo Gennari.

In attesa di una pubblicazione, trovate altri racconti in anteprima sul blog uffiliale.

IMPORTANTE!!L’autore è alla ricerca di un editore per una serie di racconti ambientati a Rio, simili a questo come stile e temi (tra fantasia e realtà). Condividete!

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Il Caos

IL CAOS 

Nel Terreiro, durante un rituale per Obaluae’, io solo pensavo a mia figlia. Julia infatti era con la sorella, la madre stava lavorando e sarebbe tornata molto tardi, era quasi mezzanotte … I medium nel rettangolo ampio e piastrellato nel quale si svolgono i lavori spirituali erano posseduti dalle entità, cioè da quell’unico Orixa’ che è Obaluae’, signore del passaggio dalla morte alla vita, dalla vita alla morte, signore delle malattie e delle guarigioni. E’, questa, un’ “incorporazione” forte: gli uomini e le donne posseduti si piegano a novanta gradi e camminano piano, muovendo le mani; dopo averle poste una sopra l’altra simulano la presa di qualcosa, forse di un bastone o di uno strumento di lavoro. Le loro schiene e teste vengono ricoperte da un bianco lenzuolo perché nessuno può vedere Obaluae’ in faccia. Piegati a questo modo, vestiti di bianco, agitando le mani, i medium e le medium ringhiano, emettono cioè un verso rauco, rabbioso che pare quello di un animale o di un essere umano che si lamenta. Nel rettangolo che configura la parte centrale del Terreiro di Aboliçao, vicino a Meier, ringhiavano in venti. E quando lo spirito se ne è andato, in venti sono caduti a terra e noi che non eravamo posseduti gli abbiamo tenuto le teste sollevate dal pavimento. Alcuni dopo l’incorporazione di Obaluae’ vomitano, ma fortunatamente nessuno ha vomitato l’altra sera anche se Taina’, una delle spiritiste più sensibili, dopo la sessione è stata male … Mentre succedevano queste cose, io entravo e uscivo dal rettangolo di gioco, salivo le scale col telefono in mano per chiamare prima a casa, poi mia moglie.

–    Allora le sono venute a prendere alla festa?

–    Non ti preoccupare. La mia amica le riporta indietro.

Ero preoccupato per Julia e per la mia figlia acquisita Milena che, senza che la madre fosse in casa, dovevano tornare da una festa, aprire la porta, andare a dormire e aspettare me che ero al Terreiro per l’incorporazione di Obaluae’. Sentivo i tamburi, gli schiamazzi, le mani che battevano, i medium che, posseduti, ringhiavano e aspettavo che al telefono di casa rispondesse qualcuno. Julia e Milena infatti non hanno il cellulare e io non avevo il numero dell’amica di mia moglie che le stava accompagnando e avrebbe aspettato che fossero entrate. Nel Terreiro mi sono chinato per reggere la testa di Guilherme ed evitare che si facesse male nel momento di quasi svenimento che segue l’uscita dello spirito dal rettangolo di gioco (e dal suo corpo). Nel Terreiro ho retto Elaine che s’era lanciata all’indietro con le mani alle tempie, tutta sudata dopo che l’energia, lo spirito di Obaluae’ se n’era andato. Poi sono corso di nuovo al secondo piano a telefonare a casa e finalmente ho sentito la vocina di Julia, che un po’ mi ricorda la vocina che aveva mia nonna, al telefono.

Il giorno dopo sono andato ad una festa in favela, con mia moglie. Nella favela Rocinha, quartiere Villa Verde, per arrivarci devi salire dieci minuti di scale tra spazzatura e cani magri. La luce è soffusa, fragile, ci sono baretti ai lati della stradina, qualche ubriaco, qualche bevitore del sabato sera. Dietro l’angolo, nel muro c’è scritto “qui i proiettili sono vaganti”. Scale ritorte, scalette, scalini sdrucciolevoli e cani sempre troppo magri ci hanno accompagnato fino alla casa dell’amica. Io non dovevo bere, non potevo bere. E mi ero ripromesso di fumare meno, magari di smettere. Ma la festa era bella, la gente simpatica, le canzoni aggressive, tutti danzavano tranne me e Charles, un figlio di cearenses (del nord est brasiliano), un tipo bianco di pelle e calmo, la cui moglie si sballottava tra il popolo danzante su e giù, giù e su, assieme alla mia. Ho lasciato Charles da solo e sono andato a ballare, male, come al solito, ma ho ballato. E fumato, e bevuto. Mi sono divertito e la notte si è trasformata in uno splendido incontro a tu per tu con Maria, un incontro simile a quelli che ci concedevamo più di dieci anni fa, quando in favela ci vivevamo anche noi. Quando ci conoscevamo da poco (e non eravamo ancora sposati).

Nelle poche ore in cui ho dormito ho poi sognato che ero a San Donato nella provincia di Milano, dove sono nato. Ero in via Primavera davanti alla villetta che era stata di Lorenzo e Francesca, due fratelli, miei amici. Una bella villetta a due piani con giardino. Una casa accogliente nella quale oggi non vivono più i miei amici, non ci vive nemmeno loro sorella, la villetta infatti è un ostello frequentato soprattutto dai parenti dei pazienti ricoverati nel Policlinico di San Donato, uno degli ospedali più specializzati d’Europa (per operarsi al cuore ci vengono anche dalla Svezia).

Ero davanti a quella casa che per me ha significato tante speranze, sogni, qualche amore, ma soprattutto una grande, bellissima amicizia. Ero davanti all’ostello e cercavo i miei amici ma sapevo che loro non c’erano perché Lorenzo lavora in Turchia e Francesca ha seguito il marito in Cina. Mi mancavano, mi mancava l’atmosfera accogliente di quella casa e loro madre che con me e con tutti era sempre gentile. Era la più bella casa di San Donato, la porta dello scantinato per noi della combriccola era sempre aperta. Ma oggi, se ci tornassi, troverei un ostello, solamente, perché Lorenzo è in Turchia e Francesca in Cina (e la terza sorella, Giulia, quella che conosco meno e quando è nata l’annusavo e Francesca mi diceva che ero pazzo – o forse si preoccupava che potessi farla cadere dal lettino – Giulia è in Scozia dove ha appena concluso gli studi di psicologia).

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