Il commercialista ha perso la testa

Nuovo racconto da Rio de Janeiro di Matteo Gennari. Per altri racconti e notizie in diretta dal Brasile seguitelo sul blog uffiliale.

Il commercialista ha perso la testa

L’hanno preso, era il gestore dei conti della fazione rivale, conosciuto per essersi arricchito assai, col narcotraffico. Era in mezzo al gruppo degli invasori, tutti sterminati alle soglie del Chicao, il fiumiciattolo pieno di escrementi che segna la parte est della favela, fiumiciattolo accanto al quale, nei giorni di calma, i narcos vendono la droga.

Gli attuali occupanti della favela (in attesa dell’ufficializzazione dell’alleanza santa con la fazione di Mato Grosso) attendevano appostati chi sdraiato in terra, chi con la canna del mitra esposta fuori dalla finestra di una delle casettine colorate, costruite, appollaiate come animali sgangherati sui negozi dei rivenditori di pollame. L’attuale fazione per niente sorpresa aspettava, aveva atteso l’intera notte, tra whisky e cocaina, l’arrivo dei nemici.

C’è stato qualcuno che ha pure ballato, canna alta del fucile a bella vista, ostentando una falsa calma, un’illusoria superiorità. A tutti ribolliva in cuore l’odio. E quando al mattino l’esercito invasore composto da cento valenti soldati tra i quali l’ex commercialista, l’ex gestore dei proventi della vendita di droga, è arrivato, sono iniziati gli scontri, numerose le battaglie nella via Del Sole, traversa Firenze, nella Rua Dezessete, nella Rua Quinze, nell’Estrada Do Colibri’ e, naturalmente, nel Chicao.

I soldati in attesa hanno sparato centinaia di migliaia di proiettili che hanno decimato numerosi membri del manipolo dell’esercito nemico, alcuni feriti hanno raggiunto il bar nel quale erano nascosti gli occupanti, cioè coloro i quali hanno espropriato la favela quando il vecchio capo è stato incarcerato. Sono iniziate le lotte corpo a corpo, all’arma bianca, coltelli, bottiglie, il calcio dei fucili sulle teste, morsi, denti aguzzi, denti falsi, denti marci dentro alle carni bianche, mulatte e nere. E spari, molti spari, dappertutto, numerosi i feriti tra gli abitanti, tra gli onesti lavoratori della favela ma i narcotrafficanti hanno proibito di parlarne, hanno sequestrato i cellulari di quelli che avevano scattato delle foto per non macchiare l’immagine, costruita a fatica, di amici, protettori della comunità.

Nel Chicao, Carlinhos, il nuovo capo, quello che secondo Fernandao, il vecchio capo, gli avrebbe usurpato il potere, ha vinto lo scontro; i venti, trenta invasori del Chicao (l’esercito invasore si è sparpagliato nei diversi quartieri della favela e oggi la maggior parte è nascosta nella foresta) sono stati uccisi, fortunati quelli che sono morti subito e non sono stati torturati. Le torture sono state pubbliche, tra il bar verde azzurrognolo, i rivenditori di pollame e i mercatini con un po’ di tutto che, durante le mattine e i pomeriggi di pace, accolgono gente vivace, felice di vivere, piena zeppa di vitalità. Era mezzogiorno di un giorno soleggiato quando i primi malcapitati sono stati bruciati vivi davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti, degli inquilini degli stabili adiacenti. Che l’esempio insegni: non ci si ribella. Le regole sono regole, chi detiene il potere ha il diritto di vendere la droga. E il potere lo detiene chi è più forte e più crudele.

L’ex gestore, l’ex commercialista della fazione rivale gridava a più non posso, chiedeva perdono, prometteva di diventare fedele ai suoi nuovi padroni, ma non c’è stato niente da fare. E’ stato picchiato da due nerboruti che ridevano bevendo whisky (mezz’ora prima avevano obbligato due soldati dell’esercito nemico a scavarsi le fosse nelle quali sarebbero stati buttati i loro corpi). I due esponenti della fazione temporaneamente vincitrice hanno sprangato il commercialista rivale e l’hanno obbligato a rimanere in piedi a centro piazza, di fronte al rivenditore di polli arrosto rimasto chiuso, nonostante l’ora di pranzo e l’appetito della comunità. Il più magro dei due gli ha sparato a una gamba e quello si è inginocchiato, gridando. Si è accasciato. L’altro allora si è fatto dare da uno scagnozzo una lunga scimitarra, un cimelio sicuramente, e, con cura certosina, con un colpo secco ha reciso di netto la testa al malcapitato che, come un serpente, ha mosso il solo corpo mozzo, strisciando sulla sabbia, mentre la testa manteneva gli occhi aperti che imploravano pietà. Nessuna pietà, in questo gioco vince chi ne ha meno.

I banditi hanno organizzato una partita di pallone, lì sul posto, il pallone era la testa dell’ex commercialista della fazione nemica. Le porte erano i sandali, erano scatole, erano borsoni. I narcos vittoriosi scalciavano il capo sanguinolento del rivale da una parte all’altra del campetto improvvisato. E questo nessuno lo ha filmato.

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di Matteo Gennari: un professore di italiano nato a Milano e ora residente a Rio de Janeiro. Da poco ha pubblicato un nuovo romanzo ambientato proprio nella città olimpica, COME PERDERE L’ANIMA, acquistabile online dai principali negozi.

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