L’unica realtà è il sogno

Il terzo racconto da Rio de Janeiro, estratto dal nuovo romanzo di Matteo Gennari, si intitola “L’unica realtà è il sogno”.  Trovate gli altri racconti sul suo blog uffiliale.

IMPORTANTE!!  – L’autore è alla ricerca di un editore per una serie di racconti ambientati a Rio, simili a questo come stile e temi (tra fantasia e realtà). Condividete!

Rio Clouds

L’unica realtà è il sogno – di Matteo Gennari. Un racconto ambientato a Rio de Janeiro

L’unica realtà è il sogno

 

Chi è questa vecchietta col naso curvo e grosso, la vestaglia nera e una scure arrugginita che risale la via centrale della favela Rocinha, a Rio, con passo lento e sguardo attento, che si muove piano ma sicura, come se sapesse dove andare?
I moto-taxi sfrecciano imprecisi, i venditori gridano, i lavoratori, gli abitanti del posto camminano sui sandali colorati, in maglietta e bermuda; le donne e le ragazzine vestono cortissimi shorts e magliettine attillate.
La via principale della favela si chiama Apia. Ci sono varie traverse, Traversa Roma, Traversa Libertà, la vecchietta procede verso l’alto, non guarda in faccia a nessuno, sembra che sappia dove andare. Nessuno la nota, qualcuno sente i brividi quando lei gli passa affianco e si chiede perché sta sentendo i brividi. Che sia a causa della scure? Che la vecchia sia la morte?

I negozi sono aperti, è aperto il barbiere e quella, con gli occhi rosso fuoco e la pelle bianca come la neve, entra e si accovaccia vicino a un ragazzino. Il ragazzino è seduto col culo per terra e sta pulendo le scarpe del signore in camicia e pantaloni che si sta facendo tagliare la barba. La vecchia, la scure nel pugno della mano, si accovaccia e gli alita in faccia. Lui sente un leggero formicolio alle tempie. Per un secondo smette di pulire le scarpe del signore grasso e si piega in avanti come volesse coricarsi, invece cade.
“Ma che caspita …” esclama il tipo in camicia e cravatta, la Bibbia tra le mani, e cerca di scostare il corpo del ragazzo con la punta della scarpa ma è troppo pesante. Il barbiere smette di lavorare e si china sull’adolescente. “O mio dio” dice e la vecchia, soddisfatta, ora sta uscendo dalla bottega dalla quale vengono grida di stupore, e il pianto forse di una madre o di una zia …
La signora con la scure ha raggiunto un quartiere della favela chiamato Valao. Un locale dove scorre un fiumiciattolo pieno di escrementi sulle sponde del quale tre uomini, armati fino ai denti, vendono cocaina. I tre parlottano mentre lei li osserva. I fucili a vista fanno una certa impressione. Uno, quello con la pistola dentro i bermuda, giocherella con l’arma. La tocca con le dita, la prende in mano, la rigira, la rimette nei bermuda … Davanti a lui, scatta un flash. E’ il cellulare di Fabio, nato e cresciuto nella favela. Fabio, appena uscito di casa, stava rispondendo a un messaggio whatsapp e, invece di cliccare il bottone corrispondente all’invio, ha scattato una fotografia, nel posto sbagliato. “Che cazzo fai” chiede il tipo armato; l’uomo capisce qual è il problema. Afferma:

– E’ stato un errore. Non avevo intenzione di fotografarti.
– Tu sei un giornalista o un poliziotto infiltrato.
– Non dire stronzate. Io nella Rocinha ci sono nato e porta rispetto che sono più vecchio di te.
– Sei un infiltrato!

Fabio, ciglia folte come quelle di un leone, tira un pugno in faccia allo spaccone con la pistola a penzoloni nei bermuda. Il narcos cade all’indietro e, per poco, non finisce dentro agli escrementi del rigagnolo. Il narcos non sa che quello che pensa essere un infiltrato sta passando un brutto momento, non sa che la figlia tredicenne di Fabio ha tentato il suicidio e che lui e la moglie che si erano separati sono tornati insieme solo per la bambina. Lo spaccone impugna la pistola, la dirige verso il centro delle ciglia enormi e degli occhi neri come la notte di Fabio. Lui, a torso nudo, cellulare in mano col messaggio whatsapp che non è mai partito, guarda la pistola puntata dritto nella sua fronte e non sente l’alito freddo della signora con la scure e un teschio nero disegnato sulla nera bandiera drappeggiata dietro alla sua veste, non sente Fabio l’alito freddo che devia la pallottola dello spaccone quel tanto che basta. Il proiettile lo colpisce solo di striscio, un rigagnolo di sangue gli bagna la spalla e la mano, portata alla tempia. Lui decide di andarsene per evitare problemi maggiori e la vecchietta con la scure risale adesso verso la parte alta della favela, verso la Roupa Suja, verso l’asilo di Marzia. Mentre la signora cammina tra rigagnoli sporchi, baretti e gente seduta, mentre la signora fluttua accanto ai trasportatori di mattoni, di armadi e di materassi, uomini magri e sudati che caricano la merce nella parte bassa e la scaricano in quella alta, a volte anche molto più su dell’asilo di Marzia, mentre la vecchietta fatica tra il minimarket e le case intagliate nella pietra, Fabio, la mano alla tempia, ripensa all’accaduto, alla fortuna d’essersi salvato per un soffio. E pensa alla figlia, a quando la madre la trovò sotto alla doccia coi polsi tagliati, e insanguinati, e lo chiamò e lui corse come un pazzo alla stazione degli autobus e comprò il biglietto per Vitoria, il giorno dopo era con il suo amore tra le braccia e la baciava e si pentiva di tutto il male che, suo malgrado, le aveva fatto. Se adesso fosse morto, se lo spaccone lo avesse centrato tra le ciglia, chi avrebbe pensato a sua figlia?

Marzia è un cucina e sta bevendo un buon caffè. Il pomeriggio sta finendo, la lezione di inglese della migliore tra le sue maestre sta volgendo al termine. La migliore tra le sue maestre è una donna grassottella dal viso dolce e dall’espressione di pan di zucchero. La “zia” che ogni bambino vorrebbe avere. Insegna inglese a una classe di quattordici alunni, ogni alunno ha tra i cinque e i sei anni, tutti sanno dire “Hi teacher” e “Good afternoon” e la direttrice dell’asilo ne è orgogliosa. La vecchietta cammina tra gli alunni, un bambino si gratta la testa sentendo come la presenza dei pidocchi, l’altro comincia a tossire, l’anziana signora evita con cura di sbattere su questo o su quello con la scure.
Al piano superiore, nella stanza del nido, la vecchietta si siede, scure nella mano, tra i neonati che dormono nei materassini per terra o nelle culle. Invece di alitare, adesso ascolta il suono del respiro dei neonati. Sono tutti addormentati, chi per terra chi nel lettino, sono di vari colori, la pelle di uno è bianca come un petalo, la pelle dell’altro è nera come la pece e poi ci sono i mulatti; le maestre, sonnacchiose, vigilano sui loro pulcini, dalle finestre giungono i suoni assopiti dell’inverno carioca, una strana nebbia si è posata sulla città. La vecchietta si sente triste. Il compito che dio le ha affidato è troppo crudele, il messaggio da passare a questa gente è troppo pesante. Tanti anni di lavoro e ora i primi dubbi, prima con Fabio e adesso coi bambini e le maestre … Un pulcino, anzi una pulce di nome Agostinha, nata il quindici agosto di un anno e mezzo fa, ha appena tossito e la signora con il teschio nero disegnato sulla nera bandiera drappeggiata nella veste, la guarda con stupore … “No, tu no” pensa e sente che deve avvicinarsi, alitarle sulla faccia … La vecchina si mette due dita nell’incavo del naso in mezzo agli occhi, si concentra, cerca di riflettere … Questa volta è Gustavinho, un altro pulcino, che tossisce sdraiato per terra sul materassino azzurro e la maestra si riprende dal letargo post prandiale e gli rimbocca la copertina. Non è che faccia proprio freddo ma è inverno. La corrente d’aria è pur sempre una corrente, dalle finestre aperte si vede tutta la favela, le sue case, gli aquiloni sopra i tetti coi quali giocano i bambini, vince chi riesce a spezzare la corda dell’aquilone dell’amico e così a farlo cadere, poi bisogna recuperarlo e portarselo a casa come un trofeo … Gustavinho non si sente bene e vomita sulla copertina, “Marzia!” grida una delle maestre che si alza e corre al piano di sotto. Devono telefonare subito alla pediatra.

La vecchina intanto è alla finestra. Vorrebbe buttarsi di sotto, vorrebbe suicidarsi ma non può. Ormai ha deciso, questa volta non obbedirà al suo creatore, non porterà a termine il suo dovere. Lei sa che nel momento della creazione ha accettato il compito affidatole, e sono passati molti anni, di fedele servizio. Ma ogni momento vive il suo tempo ed è passato molto tempo da quel sì pronunciato con orgoglio. E lei ne ha viste di tutti i colori. Sveste l’abito nero, depone la bandiera con il teschio per terra sul freddo pavimento della stanza nella quale dormono i bambini, dalla quale Gustavinho è uscito in braccio alla maestra per incontrare la pediatra. Depone la scure accanto alla bandiera con il teschio. Nuda e cruda, bianca come un morto e con gli occhi meno rossi del solito, nuda e cruda, la pelle di una vecchia raggrinzita, costretta ai brividi dal freddo (ma comunque inosservata perché nessuno si è accorto di lei), nuda e cruda, pallida, cadaverica, la signora dal naso ricurvo scavalca la finestra e decide di seguire la maestra e Gustavinho che vanno dalla pediatra. Li accompagna da dietro, li vede entrare in una porticina nel Largo do Boiadero, nella parte bassa della favela, nella piazza con il mercato nordestino, una porticina bianca con una croce rossa sopra. Gustavinho e la maestra le chiudono la porta in faccia e lei, come un vero fantasma, ci passa attraverso. Non è mai contenta quando è costretta a comportarsi come un fantasma. La pediatra, una giovane donna, esamina la gola di Gustavo e subito si accorge dell’infezione. E prescrive un antibiotico, scrive una ricetta che la maestra porterà a Marzia e la direttrice, grazie alle donazioni in denaro dei donatori, andrà in farmacia e comprerà la medicina per Gustavinho. E darà istruzioni alle maestre affinché l’antibiotico venga somministrato nell’orario corretto. Le stesse istruzioni verranno impartite alla madre quando, alle cinque del pomeriggio, verrà a prendere il figlio all’asilo. La vecchietta nuda e cruda non sa più cosa pensare. Ha disobbedito a dio che, per motivi sconosciuti, le aveva chiesto di ammazzare. Gli ha disobbedito due volte, prima con Fabio e adesso con Gustavo. Dopo una vita, dopo una lunghissima vita di obbedienza, la vecchia si è fermata a pensare e ha capito che non le piaceva quello che per troppo tempo aveva fatto. Non ne era orgogliosa. La vecchina comunque sa che verrà sostituita, sa che un altro spirito si recherà nell’asilo di Marzia a prelevare la scure e la veste con la bandiera e il teschio. Un altro spirito verrà e, più giovane, più ligio di lei, farà quello che dovrà fare. Ma, tra l’arrivo dell’emissario e l’esecuzione dei provvedimenti impartiti dall’alto, passerà del tempo. Il tempo giustamente necessario affinché Gustavinho si riprenda dall’infezione alla gola, il tempo necessario affinché Agostinha, la bambina che aveva tossito nell’asilo, si senta meglio e smetta di tossire.

 

Matteo Gennari, dal blog matteogennari.wordpress.com

__

di Matteo Gennari: un professore di italiano nato a Milano e ora residente a Rio de Janeiro. Da poco ha pubblicato un nuovo romanzo ambientato proprio nella città olimpica, COME PERDERE L’ANIMA, acquistabile online dai principali negozi.

Dettagli prodottoCOME PERDERE L’ANIMA

Copertina flessibile EUR 8,49Prime

Formato Kindle EUR 4,99

Dettagli prodottoUN SUCCO NATURALE, GRAZIE

Copertina flessibile EUR 13,60Prime

Formato Kindle EUR 4,99

Comments are closed.