I vini di Terra di Lavoro

cut_uva_vino_2
Il mio vigneto, foto di Giulio D. Broccoli

I vini di Terra di Lavoro (Caserta).- A partire dal 750 A.C. le prime viti greche, trasportate da antichi colonizzatori, approdarono a Pitecusa (Ischia), a Cuma, a Poseidonia, a Elea, e da qui si diffusero in Italia e nel mondo.
La provincia di Caserta è stata la culla del più famoso vino dell’antichità: il Falerno. Ma anche vini come il Caleno e il Faustiniano, lodati da Orazio da Virgilio da Catone e da Plinio, e lo Statano e il Trebulano, il Caucino e il Petrino, il Razzese erano prodotti nella provincia di Caserta.
Oggi, il clima mite, le moderate piogge, la scarsa umidità, i terreni di natura vulcanica garantiscono la produzione di uve ricche di zucchero e di intensi aromi. La razionalizzazione dei sistemi colturali consente di valorizzare a pieno le caratteristiche dei vitigni e l’eccellente vocazionalità ambientale.
Il risultato: vini di pregio, ricchi di profumi, di carattere, unici ed inimitabili come:

  • Il Falerno, il primo DOC al mondo:
    Il Falerno è sicuramente il vino più famoso dell’antichità. Le anfore di Falerno, prodotte essenzialmente a Cales e a Capua, partivano da Sinuessa, in territorio di Sessa Aurunca, alla volta di tutto il Mediterraneo e della Gallia. Infatti, anfore, contenenti il prezioso vino, sono state ritrovate ad Alessandria d’Egitto, Cartagine, in Bretagna e Spagna.
    Il Falerno, apprezzato dagli Imperatori e dai Patrizi romani, veniva conservato in anfore chiuse da tappi muniti di targhette (pitacium) che ne garantivano l’origine e l’annata, e veniva degustato sia in banchetti di lusso, come quello dato da Cesare nel 47 a.C. per festeggiare i suoi trionfi in guerra, sia in incontri amorosi.
    Vino costosissimo, tanto che nell’antichità fu necessario un editto consolare, nell’89 a.C., per contenere il suo prezzo, il Falerno, si prestava molto bene all’invecchiamento tanto da venir considerato maturo non prima di 10-15 anni.
    Il Falerno condivise le sorti dell’impero romano e quindi anche la sua decadenza. Nel medioevo il suo nome restò famoso, grazie alla scuola medica salernitana, e giunse fino al secolo scorso quando furono distrutti tutti i vitigni a causa della fillossera.
    Dall’inizio del 900, grazie all’impegno e alla passione del barone Falco prima, e successivamente della famiglia Moio e dell’avvocato Avallone si assiste alla rinascita del Falerno fino ad ottenere nel 1989 il riconoscimento di vino D.O.C.
  • L’Asprinio, lo spumante del ‘300:
    Mario Soldati lo descrive così:”Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio: nessuno. Perché i più celebri bianchi secchi includono sempre, nel loro profumo più o meno intenso e più o meno persistente, una sia pur vaghissima vena di dolce. L’Asprinio no. L’Asprinio profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non lo si può immaginare se non lo si gusta… Che grande piccolo vino!”
    Sì. Sì, l’Asprinio è così: o lo si ama o lo si odia!
    Secondo alcuni, tra cui Plinio il Vecchio, il vitigno è etrusco , altri lo fanno risalire alla dominazione greca, altri ancora attribuiscono la coltivazione ai Borboni.”Oggi, l’Asprinio, viene vinificato con tecniche moderne, spesso nemmeno più coltivato con le tipiche alberate alte più di 25 metri, cioè con vite maritata al pioppo o al frassino o all’olmo, e conservato però sempre nelle tipiche grotte di tufo profonde anche oltre 15 metri, dove la temperatura rimane costante, inverno ed estate, intorno ai 13 – 14 gradi.
    Secondo gli esperti i vitigni vengono fatti arrampicare ai fusti degli alberi perchè possano godere dei raggi del sole e della fresca brezza notturna proveniente dal mare
    Questo vino, che già nel 1300 deliziava, anche come spumante, dame e cavalieri della corte di Roberto D’Angiò, ha ottenuto la consacrazione a livello nazionale e internazionale nel 1993 con l’assegnazione del marchio DOC e con la messa a punto di un disciplinare molto rigoroso per la sua coltivazione.
    Abbinamenti gastronomici
    La sua gradazione è 10,5 /11 gradi. Il profumo richiama il gelsomino e la menta selvatica. Il gusto è leggermente acido con un retrogusto di mandorle amare.
    Il bianco è consigliato con prosciutto, piatti a base di verdure, pesce, formaggi secchi; particolarmente indicato per accompagnare la mozzarella di bufala con insalata e pomodori.
    Lo spumante, invece, è ottimo come aperitivo o per accompagnare menù raffinati in bianco e a tutto pasto.
  • Il Galluccio:
    L’Aglianico e la Falanghina sono tra i vini più antichi della Campania. Infatti, furono introdotti dai greci ai tempi della colonizzazione di Cuma. Sono due vitigni camaleontici, ossia in grado di adattarsi all’habitat modificando il loro comportamento in base alle condizioni dell territorio.
    Aglianico: Nel XVI e nel XVIII è uno dei vini più famosi a Napoli e nel XIX era alla base dei vini di Terra di Lavoro. Quest’uva, tra le migliori d’Italia, predilige terreni vulcanici e tufacei. Tant’è che oggi dà il meglio di sé intorno al vulcano di Roccamonfina.
    Reintrodotto in Terra di Lavoro negli anni 50, nella zona di Roccamonfina, è oggi alla base del Galluccio Rosso premiato con il marchio DOC nel 1997.
    Abbinamenti gastronomici
    L’Aglianico rosso è consigliato per arrosti, capretti, roastbeef, funghi, cinghiale; tradizionale è abbinarlo con la “zuppa di soffritto” e pasta e fagioli.
    Falanghina
    In Terra di Lavoro riveste un ruolo importante essendo alla base del Falerno Doc e del Galluccio Doc.
  • Il Pallagrello, il vino dei Borboni:
    Il poeta Nicolò Giova nell’opera “Brindisi di Eudipio” così lo descrive nel 1729:”Ecco premier già spillo il Pallagrello che da’ suoi tralci stilla il Monticello. Ecco n’empio il bicchiere e mentre fuma e brilla, e tremula e zampilla, questo di buon sapore spiritoso licore, a te…volgo la fronte“Questo vino apprezzato dai Borbone, tanto da indurre Ferdinando IV a vietare a chiunque il passaggio in una vigna di 27 moggia situata in località Monticello nella città di Piedimonte Matese, sta, oggi, raccogliendo consensi entusiastici dal gotha dell’enocritica.
    Abbinamenti gastronomici:
    Il Pallagrello bianco è consigliato nei piatti tradizionali come pasta e ceci, zuppa di fagioli,…ecc.; mentre il rosso è indicato per i piatti ricchi di profumo e dal gusto persistente come pasta e fagioli con le cotiche macchiati, mezzanelli allardati,…ecc, o in secondi, come salsicce e friarielli, o trippa di vitellino,…ecc.
  • Il Casavecchia, il vino dei misteri:
    Luigi Veronelli in “L’Italia piacevole” lo descrive così:

    Dai vignaioli di Castel di Sasso un bel vino di autonomo nome: Casavecchia. Completo e armonico di bel colore, desideroso di razza, se la merita

    Ma qual è l’origine di questo vitigno? Nessuno lo sa.
    Si, la sua origine è un vero mistero. Qualche autore vorrebbe, addirittura, farlo derivare dall’antico, e famosissimo in epoca romana, Trebulano. Infatti, come racconta Plinio, il Trebulano nasceva proprio nel quadrilatero produttivo del Casavecchia, cioè nella zona compresa nei territori di Pontelatone, Formicola, Liberi e Castel di Sasso.
    Oggi, il Casavecchia è oggetto di attenti studi condotti dalla Facoltà di Agraria delle Università di Napoli e Firenze, nonchè dal Sesirca, il Settore di sperimentazione agricola della Regione Campania.
    Abbinamenti gastronomici
    Il Casavecchia è consigliato in piatti complessi ricchi di gusto e di buona consistenza come capretto al forno, cinghiale di Caiazzo alla contadina, agnello laticauda al forno,…ecc.

Precedente Minestra di Natale Successivo Le peschiole delizia e mistero