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Il sorriso di Leontina e l’anima dell’Alfama

 

 

Leontina s’affaccia curiosa dalla finestra, occhi sottili al punto che neanche s’intravedono le pupille, mento rotondo come una mela. Sorride con ogni muscolo di quel volto, incorniciato dai capelli bianchissimi, che riflettono la luce di una luminosa mattina d’autunno. “Bom dia”, dice. Ci sono cartoline spontanee che raccontano la bellezza di un luogo, svelandone l’anima al turista che non s’accontenta della fila al museodinonosché. Leontina è la cartolina della “nostra” Alfama, il cuore genuino di Lisbona, uno dei volti che – più di mille racconti – incarnano l’essenza del fitto dedalo di vicoletti strabordanti di vita. Pescatori, artigiani e marinai hanno popolato nei secoli un quartiere controverso, che oggi è vivo più che mai, caleidoscopio di colori e profumi, il bacalhau che pervade le strade, il Fado che le ammanta, di sera.

 

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Il ministro Pombal, preoccupato dalla deriva dell’Alfama (in arabo Al-hamma, fonte calde), crocevia di prostitute e gente malfamata nel diciottesimo secolo, invocò quasi un terremoto: oggi, è qui che risiedono le emozioni del viaggio sulle orme di Pessoa. Ed è qui, ancor più che dall’altro dei miradouros che sovrastano la città, ancor più che tra i locali del Bairro Alto, ancor più che tra le suggestioni di Belém o passeggiando per la Baixa, o costeggiando il Tago (il fiume che si finge mare, è stato scritto) che emerge la bellezza di Lisbona, perennemente sospesa tra l’incanto dei colori pastelli che ne dipingono angoli e persiane e quel pizzico di malinconia che diventa suggestione.
Leontina sorride, e dentro quel sorriso ci regala più di quanto avrebbe potuto offrire una guida portoghese: viene da risponderle spontaneamente “obrigado”, non fosse che in fondo non si ringrazia mica, per un sorriso. Raccontano che l’Alfama, quei palazzi talmente vicini da toccarsi, quasi, quei bucati lasciati ad asciugare con il sospetto che in fondo siano parte integrante dell’architettura, assomigli a qualcosa di già visto: i quartieri spagnoli di Napoli, per esempio. E’ invece bene arrivare qui senza pregiudizi, con la mente libera, un po’ come abbiamo fatto io e Elvira, mia compagna di viaggio: a riempirla ci penseranno Leontina e gli abitanti di un quartiere colorato, colorito e popoloso, dove il folklore non risiede nell’applicazione studiata dei dettami del marketing, ma – piuttosto – ordinaria quotidianità. Affacciarsi al balcone con un sorriso, non costringere il turista all’applauso forzato.

 

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E in fondo Pessoa lo aveva detto, eccome: “Qui, il turista avrà una nozione che nessun altro luogo può dargli, ciò di Lisbona è stato come in passato. Tutto evoca il passato qui: l’architettura, il tipo di strade, archi e scalinate, i balconi in legno, le stesse abitudini delle persone che ci vivono una vita piena di rumore, di parlare, di canzoni, di povertà e di sporcizia”. Un passato da custodire. Da preservare. Da immortalare. Come il “bom dia” spontaneo di Leontina, patrimonio immateriale dell’umanità, cartolina indelebile della Lisbona più bella.

di Pasquale Raicaldo

 

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