Lisbona al di sotto delle suole: la calçada portuguesa

Calçada portuguesa.

Vi  siete mai chiesti su cosa poggiate i piedi?

Ho sempre caricato la “strada” di tanti significati.

Le calde estati sicule della mia infanzia sono trascorse saltellando sull’ asfalto con la corda, rincorrendo una palla o, nella migliore delle ipotesi per i miei nonni,  spaventati dalla ferocia delle auto, disegnando “campane” sul marciapiede o improvvisando quadri “surrealisti” con i gessetti rubati a scuola.

Si, ero un’ artista incompresa ma ne andavo fiera.

A questo punto del “cammino”, e dopo un incipit apparentemente stonato, torno sui miei passi, passi che vanno e vengono e, in molti casi, scivolano lungo le vie di Lisbona.

Detto tra noi, delle mie opere nessuna traccia oramai ma se penso a dove poggio i piedi ora non posso che dire: su dei veri capolavori.

La calçada portuguesa è il tipo di pavimentazione che invade Lisbona, rivestimento che nei secoli ha dato vita a marciapiedi, passeios e abbellito spazi pubblici.

Eredità della cultura e delle tecniche di costruzione dei romani si impone in Portogallo durante il regno di D. Manuel I che dà il via alla lastricatura della città per poi ritornare nel XIX secolo durante il regno di D. João II.

Questo tappeto a mosaico non è che l’insieme di pietre irregolari di materiale calcareo e basalto (di colore bianco e nero nella maggior parte dei casi), un gioco di incastri e di incontri che grazie al lavoro dei famosi calceteiros si fa decoro e racconta la storia della nostra Lisbona.

Seguendo la scia del Romanticismo e dell’affermazione del valore del nazionalismo, la calçada va a caccia di segni, miti e passato e di tutti elementi che creano l’identità del Paese.

Questa ricerca si riflette nelle decorazioni che prendono vita sotto le nostre suole. I riferimenti all’attività socio-economica del paese riempiono le strade di pesci, frutti, oggetti di artigianato, cereali, fiori, chitarre portoghesi per non parlare del legame tra la città e il mare.

Navigare Praça D. Pedro IV non sarebbe mai stato possibile solo ed esclusivamente a bordo delle mie Converse, eppure lo è.

Le caravelle si lasciano spingere dai venti, mentre onde, sfere armillari, bussole, nodi e stelle fanno loro da contorno.

Effetto tridimensionale e magico per una come me, che oltre ad essere astigmatica e accanita sostenitrice del “ci vedo lo stesso senza occhiali” si ostina a leggere cose e a volte ad inventarle per il piacere di inventarle.

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Lisbona si anima sempre di più e io con lei.

Certo, non vi nego che durante i giorni di pioggia il rischio di precipitare nel mondo delle fratture scivolando da Graça a Terreiro do Paço è alto, per non parlare dell’impossibilità (almeno la mia) di sentirsi  un po’ più donna indossando un paio di tacchi di tanto in tanto.

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Se il senso funzionale sembra sfuggirci per fortuna  quello artistico lascia testimonianze indolore.

Questa forma di arte nei secoli oltrepassa le frontiere nazionali e si installa nei vari Paesi lusofoni e non solo, creando quasi una linea di continuità tra le città e permettendo a un gran numero di maestri lastricatori di esportare il proprio genio e la propria abilità di artisti di “strada” (che simpatia eh!).

Come avrei voluto fare la stessa cosa con i miei gessetti.

Osservare Lisbona dall’alto è come osservare un dipinto quindi, seguirne le linee e capire dove e come continuerà la storia, dentro quale labirinto di immagini.

Insomma, a Lisbona l’espressione “calpestare l’arte” non avrà mai una valenza negativa.

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