Arrivederci a Berlino Est. Intervista a Roberto Moliterni

“L’aveva immaginata così Berlino, più che un luogo nuovo dove vivere, una casa già esistente, una casa che andava aperta, arieggiata, chiusa da troppo tempo, con la polvere sui mobili, ma viva”.

Un lungo viaggio che parte dalla Sicilia degli anni 20 ed arriva fino alla Berlino Est del 1982, passando per l’Albania, Roma e la Praga del 1968. Un noir coinvolgente, dal ritmo serrato. Berlino come palcoscenico delle vite di personaggi così diversi, eppure uniti dal destino assurdo che loro ha riservato la Storia. Friedrichshain, Marzahn ed Hohenschönhausen come luoghi dove si intrecciano le vite del Titta, italiano scappato dal suo oscuro passato e alla ricerca di un futuro roseo con Malvina, che il suo futuro lo ha già scritto insieme al Politbüro della Stasi. Nel mezzo Hellen, una zimmermädchen dai capelli rossi che lavora presso la pensione sulla Mainzerstrasse gestita dalla Sig.ra Wollf, una donna dall’animo d’acciaio che non si fa intimorire da nulla e Pasquale, il tarantino che fa affari sulle disgrazie dei tedeschi orientali che sognano una vita migliore dall’altro lato della Heinrich-Heine-Strasse.

Un libro ambientato a Berlino dunque. Nella Berlino divisa dal Muro. Nella Berlino triste e grigia che cerca di sognare un futuro migliore. Una storia avvincente che vi catapulterà in una realtà così lontana, eppure ancora così vicina. Roberto Moliterni, giovane scrittore di Matera, è riuscito con il suo romanzo d’esordio “Arrivederci a Berlino Est” a costruire una storia che vi toglierà il fiato, portandovi sul sentiero della Storia che qui a Berlino ha il suo tratto più importante degli ultimi 70 anni.

Dopo una serie di contatti via email, e dopo aver divorato il romanzo, ecco l’idea di presentare Roberto ai lettori, con un’intervista che (spero) vi stuzzicherà. Del resto l’estate è il momento in cui tutti, più o meno, si dedicano alla lettura. Perché quindi non godersi “Arrivederci a Berlino Est”?

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Lascio la prima parola a te per presentarti. Chi é Roberto Moliterni, scrittore, giornalista e sceneggiatore?
Qualche tempo fa ho scoperto un sito in cui ti permettavano di stampare cento bigliettini da visita in dieci modi diversi, cioè dieci per ogni tipo. Quando l’ho visto ho pensato subito «ecco qualcuno che ha capito tutto dei tempi moderni» e li ho ordinati immediatamente. Adesso nel mio portafogli ci sono, appunto, bigliettini diversi per ogni occasione e per ognuno dei miei lavori. Oltre a quelli che hai citato tu sono anche “cartaio” – ho realizzato cioè assieme ad alcuni amici delle carte da gioco regionali che sostituiscono nella zona di Matera le Napoletane – videomaker, docente di cinema, ho lavorato in produzione per alcune opere audiovisive. Insomma, si fa quel che si può. Ma quello che preferisco su tutto è raccontare storie; l’uscita del romanzo Arrivederci a Berlino Est è stata forse la soddisfazione più grande degli ultimi tempi.

Perché proprio Berlino est? Dove è nato l’amore per questa città e dove è nata l’idea per l’ambientazione?
È nata da un viaggio, naturalmente, e dal fascino che hanno sempre avuto su di me i posti che sono stati sotto l’Unione Sovietica. Un misto tra squallore e fascino che io trovo irresistibile, al di là di ogni giudizio storico. Berlino poi ha qualcosa in più rispetto a tutte le altre città d’Europa, c’è tutta la storia del Novecento che è passata di lì, la senti come se fosse una cosa concreta quando cammini per strada e, al di là di questo, ancora oggi, hai la sensazione che stia accadendo qualcosa, proprio in questo momento, e che Berlino è una città dove succedono cose, dove i desideri diventano possibilità.

Per scrivere il romanzo come ti sei documentato? Ho apprezzato gli accurati riferimenti storici come i concerti clandestini e i Klaus Renft Combo. Immagino che per scrivere così dettagliatamente eventi storici del passato tu abbia perso molto tempo con libri e documentari vari.
È stato un lavoro gigantesco, ma piacevole perché mi ha permesso di essere a Berlino con la testa anche quando non lo ero fisicamente. Ho letto diversi libri – ma due in particolare: C’era una volta la DDR di Anne Funder e Il Ministero della Paranoia di Gianluca Falanga, uno storico italiano che credo viva a Berlino – e sono riuscito anche a trovare delle vecchie guide turistiche della città, precedenti al 1989, per farmi un’idea più precisa di come dovevano essere le vie allora. Poi ho visto non so più quanti documentari – su tutti Die Mauer di Jürgen Böttcher, che ricostruisce in presa diretta i giorni immediatamente succesivi alla caduta del Muro, vero protagonista del film. Pensa, sono stato persino a vedere il musical Hinterm Horizont – e io odio i musical e non capisco niente del tedesco, anche se per fortuna c’erano i sottotitoli in inglese. È stato però molto interessante, soprattutto vedere come i berlinesi reagivano alla loro storia recente, ri-raccontata in parodia. Ultimo ma non ultimo, c’è stato l’aiuto cruciale di Lars Klauke, un giovane ricercatore universatario di letteratura italiana che abitava vicino a Bornholmer straße quando è caduto il Muro.

Hai già vissuto a Berlino? Te lo chiedo perchè ci sono alcuni passaggi che descrivono la città con particolari tali che sembrano raccontati con gli occhi di chi ci vive. Mi riferisco in particolare alla descrizione della Mainzerstrasse e a quella di Marzahn.
No, purtroppo non ci ho mai vissuto, anche se in questi anni ci sono stato varie volte. L’ultima, proprio per perfezionare la ricerca sul libro. Ho passato quasi un giorno intero a Mainzer straße senza fare niente, a osservarla e fotografarla. È così che ho scoperto il piccolo cimitero che c’è alle spalle di quella via e che è diventato un luogo narrativo importante per il romanzo.

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Quali sono i tuoi luoghi preferiti in città?
Sono molto affezionato all’anonimissima Potsdamer Platz, ma solo per ragioni sentimentali: la prima volta che sono andato a Berlino era per il festival del cinema e abbiamo bivaccato soprattutto da quelle parti, dove c’erano i cinema. Per il resto sono consapevole che è una specie di centro commerciale a cielo aperto. Anzi, è un centro commerciale. Poi sono stranamente affezionato anche alla parte forse meno berlinese di Berlino, che è Spandau e che in effetti fino a un po’ di tempo fa non era nemmeno Berlino. Però mi piace molto il modo in cui dialogano lì natura e spazio e l’atmosfera medievale che si respira, anche nelle taverne. Però il mio posto preferito in assoluto è un piccolo cafè a Frankfurter Tor, proprio all’incrocio con Karl-Marx-Allee. Che strano fascino quel viale.

Il Titta come modello di italiano che emigra a Berlino alla ricerca della fortuna che l’Italia non può più garantirgli. Lui come anche Pasquale, il siciliano. Leggendo della loro nostalgia della Terra Madre mi sono a volte rivisto nei due personaggi. Come vedi da esterno l’ondata di migliaia di giovani italiani che vivono all’estero e a Berlino in particolare?
Ci verrei anch’io se non fosse per la lingua! Non mi spaventa imparare il tedesco, credo che in qualche mese saprei farmi capire. Forse. Il fatto è che io lavoro con la lingua in modo espressivo, con le parole, e per fare questo ci vuole molto di più di qualche mese, ci vogliono anni. E ci vogliono relazioni che qui in Italia ho faticosamente costruito. Quindi non ci posso venire e invidio tutto quelli che ci vengono. Anche in vacanza. Io appena sento che uno va a Berlino, rosico proprio. Penso che Berlino in questo momento sappia offrire una qualità della vita, mista a una discreta socialità, che forse nessun’altra città in Europa sa dare.

“Arrivederci a Berlino est” è il tuo romanzo d’esordio. Hai già qualcosa di nuovo nel cassetto?
Punto dolente. Sto scrivendo tipo tre o quattro romanzi contemporaneamente – assieme a tutte le altre cose di cui parlavamo prima – solo perché non so decidere ancora quale sia la storia che mi piace di più. Spero di decidermi presto anche perché sto diventando scemo a entrare nella testa di quattro protagonisti diversi a mezz’ore alternate.

Qual è il messaggio che il tuo romanzo vuole lasciare?
Messaggio non lo so…, sentimento forse quella malinconia che ti rimane addosso per tutte quelle cose che non sei riuscito a vivere fino in fondo, la tristezza del rimpianto e delle cose perdute, gli amori incompiuti o interrotti o vissuti solo a metà. Ecco, le cose che non sei riuscito a fare e che ti perseguitano per tutta la vita per il solo fatto che sono rimaste lì, sospese. Ho voluto fotografare quello. In mezzo a una storia di spie.

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“Hellen pensa che quando nevica, nevica sia a Est sia a Ovest, ed è tutto bianco, in modo uguale sia a Est sia a Ovest. Se uno guardasse la città dall’alto, tutta coperta di neve, nemmeno si accorgerebbe del Muro. È assurdo questo fatto che ci sia il Muro a dividerli.”

Roberto Moliterni, (1984) è cresciuto a Matera. Dopo gli studi in cinema, nel 2010 ha vinto il Premio Malerba per la sceneggiatura In prima classe. Ha pubblicato Fare un corto (Dino Audino Editore, 2012), collabora come rubricista a diverse riviste e ha un blog su “Donna Moderna”. Ha ideato insieme a due amici le carte da gioco “Materane”. Arrivederci a Berlino est è il suo primo romanzo.

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