Nel bar Pavão Azul, a Copacabana

Matteo Gennari ci scrive oggi l’undicesima lettera dal Brasile: in queste settimane abbiamo scoperto sicuramente molte cose in più riguardo il gigante verde-oro. Abbiamo potuto leggere delle belle poesie da Bahia e siamo rimasti aggiornati sulla situazione di Rio de Janeiro prima, durante e dopo le olimpiadi.
Nella lettera di oggi Matteo racconta un brutto episodio successo sotto i suoi occhi in un bar di Copacabana, il Pavão Azul.
destemperados.com.br/
Un bar di Copacapana (destemperados.com.br)

Nel bar Pavão Azul, a Copacabana

Caro Roberto,

qui a Rio siamo in pieno clima elettorale. Fra circa un mese dovremo scegliere quale sarà il nostro sindaco. Abbiamo due opzioni: Crivella o Freixo. Mi soffermerò dettagliatamente in una prossima lettera sui profili dei due candidati; adesso voglio raccontarti una cosa che mi è successa ieri sera.

Ero con degli amici seduto in uno dei tavolini all´aperto di un bar di Copacabana, chiamato Pavão Azul, un bel bar popolare (a Copacabana tutti i bar sono belli!). Persone che bevono e mangiano animate, allegre, rumorose; camerieri che interagiscono con i clienti e mendicanti sdraiati a bordo strada che chiedono l´elemosina senza insistenza. Pensa che i nostri figli spesso li lasciamo giocare vicino ai barboni mentre noi beviamo e non è mai successo niente… fino a ieri sera quando un gruppetto di tre barboni scalzi e senza magliette si è avvicinato a un tavolo composto da molte persone. Tre tipi enormi, dei veri e propri armadi, si sono alzati dal tavolo e hanno chiesto ai tipi seminudi con le facce da poveracci cosa volevano. Io non so cosa hanno risposto i poveracci. Solo so che non erano armati e che la reazione dei tipi enormi, grossi, grassi e professori di arti marziali di una scuola vicina, è stata durissima: hanno preso simultaneamente a pugni il malcapitato (quello al centro del trio di mendicanti) che è caduto per terra. A terra, i ciccioni muscolosi lo hanno preso a calci facendo sentire a tutti noi il rumore di costole rotte. Io e un amico ci siamo alzati di scatto dal nostro tavolo e siamo andati a difendere il tipo, gridando e costringendo così il nerboruto più accanito a smettere di sferrare i suoi colpi sulle costole e sulla testa del tipo a terra.
Si è creata una certa confusione. Gli amici del malcapitato l´hanno rialzato invitandolo a scappare ma quello non si reggeva in piedi ed è caduto di nuovo sbattendo la testa al suolo. I nerboruti si sono giustificati dicendo che ben gli stava. Noi, che nerboruti non siamo, siamo andati a polemizzare coi nerboruti. Una signora ben vestita, tutta carina, mi ha urlato: “È colpa vostra che difendete i mendicanti se il Brasile è un Paese di merda!“.

morador de rua
Homeless in Brasile
Mia moglie è venuta a strattonarmi verso il nostro tavolo perché aveva paura che le prendessi anch’io (non dalla signora, credo, ma dal marito teacher of arti marziali); è arrivata anche la polizia chiamata da uno dei barboni. Io allora sono tornato sulla scena del crimine e quando ho sentito che in coro i clienti del bar dicevano che era tutta colpa di quelli a piedi scalzi senza magliette  che avevano fatto delle minacce, il sangue mi è salito alla testa. “Delle minacce un cazzo” ho detto, “erano loro che avevano solo voglia di menare le mani. Lo hanno buttato a terra e gli hanno tirato i calci sulla schiena, sulla testa. Potevano ammazzarlo!”. Mi sono guadagnato così le antipatie di tutti quelli che erano seduti al tavolo dei tipi muscolosi che hanno cominciato a guardarmi, a fissarmi e io ricambiavo gli sguardi in tono di sfida, senza paura (ho lo spirito del kamikaze!).

Poi, finalmente, il malcapitato si è rialzato da terra con l´aiuto dell´amico. Ci siamo avvicinati alla vettura della polizia per chiarire la situazione. Sotto consiglio di due amici, ho rinunciato a esporre denuncia: i figli dei nerboruti sono della stessa scuola dei nostri figli. I nerboruti hanno contatti con la polizia locale, secondo i miei amici facendo i paladini della giustizia ci avremmo solo rimesso. La polizia ha allora caricato i barboni sulla vettura per raccogliere le testimonianze e poi spero abbia accompagnato il tipo malconcio in ospedale. I nerboruti e i loro amici (in tutto una ventina) sono passati, hanno sfilato davanti a noi (nove in tutto, figli compresi), guardandoci in cagnesco. Noi abbiamo finito le nostre birre e fumato, nervosi. E io ho pensato: “Perché non ho mai fatto un corso di arti marziali? Perché non mi sono mai pestato con nessuno? Perché se avessi ingaggiato un corpo a corpo con uno dei tre le avrei solo prese? Perché non sono riuscito a buttare il nerboruto più grasso e più grosso dei tre, quello vestito di nero, a terra e a restituirgli lo stesso numero di botte che lui ha elargito al tipo senza maglietta?”.

Ecco, questo è il clima, questa è l´atmosfera in questo periodo di campagna elettorale. Da una parte i giustizieri della notte, quelli che si fanno giustizia con le proprie mani, quelli a favore di una sana e duratura “pulizia delle strade” da tutti gli escrementi umani. E i giustizieri della notte probabilmente voteranno Crivella.
Dall´altra parte noi, quelli dei diritti umani, quelli che preferiscono il dialogo, che odiano le armi, tendenzialmente idealisti e intellettuali, che voteranno Freixo. Loro sono più numerosi e più forti e probabilmente vinceranno. Noi siamo di meno, ma siamo più belli. E anche se perderemo, ci terremo la ragione.

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di Matteo Gennari: un professore di italiano nato a Milano e ora residente a Rio de Janeiro. Da poco ha pubblicato un nuovo romanzo ambientato proprio nella città olimpica, COME PERDERE L’ANIMA, acquistabile online dai principali negozi.

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