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Preghiera

Nuovo racconto da Rio de Janeiro di Matteo Gennari che ci illustra la situazione della Rocinha, nota favella di Rio de Janeiro contesa da due potenti gruppi criminali legati al narcotraffico.

Preghiera - un racconto da Rio di Matteo Gennari
Preghiera – un racconto da Rio di Matteo Gennari

PREGHIERA

 In favela tutto è cambiato, la parte alta adesso è dominata dalla fazione Commando Vermelho, rappresentata dal narcotrafficante Rogerio, ex capo, nessuno sa dove sia, se nascosto da qualche parte nella Rocinha o in un’altra favela di Rio guidata dalla stessa fazione. La parte bassa della favela è dominata dagli Amici degli Amici, il cui rappresentata del narcotraffico locale è tale Nem Lopes, imprigionato in un carcere di massima sicurezza del nord del Paese. I due capi, cioè, nella Rocinha non ci sono e hanno delegato il comando delle operazioni militari e della vendita della droga a fidati sicari i cui nomi mi sono oscuri.

Gli abitanti non vivono tranquilli a causa dei continui scontri tra le due fazioni e delle sparatorie tra narcotrafficanti, polizia, reparti speciali e esercito. L’altro giorno i reparti speciali sono entrati nell’asilo della mia amica Marzia, armati fino ai denti hanno camminato tra i bambini, tra i neonati che dividevano la loro attenzione tra i biberon e le mitragliatrici a penzoloni sulle giacche nere. I reparti stavano inseguendo un supposto narcotrafficante che invece era l’addetto ai contenitori dell’acqua che stava cambiando la cisterna sul tetto dell’asilo. Già che c’erano ne hanno approfittato per sfruttare l’occasione e si sono appagati dell’ampia visione che si gode della favela, dal tetto, quasi sul cocuzzolo della collina. Con potenti telescopi hanno controllato le case, le scuole, i bar vicini e lontani. E dal tetto dell’asilo hanno fatto partire qualche colpo causando insolita tachicardia nei cuoricini dei bambini, nelle madri ansiose, nelle maestre, nelle addette alle pulizie, nella coordinatrice, nella cuoca e nella stessa Marzia, sempre più dubbiose circa la reale efficacia della loro missione, non sarà giunto il momento, si chiedono, di attenuare il tormento e cambiare residenza? Non tutte possono andarsene ma molte ci stanno pensando e l’asilo ha già visto la defezione di sei bambini le cui famiglie hanno abbandonato la favela (per un’altra favela).

Il nipote di Marzia, capellone stile hippie di diciotto anni, è stato beccato mentre fumava della marijuana, non ne aveva in suo possesso ma divideva la canna con amici, è stato portato via dalla polizia, è stato picchiato, Marzia e il marito sono riusciti a recuperarlo (loro hanno contatti con avvocati esperti di favela, e di abusi da parte delle forze dell’ordine) e l’hanno obbligato finalmente a lavorare otto ore al giorno in un asilo nella parte bassa della favela (quella comandata dagli Amici degli Amici). Gli hanno anche tagliato i bei capelli rasta, affinché, d’ora in avanti, dia un’immagine di sé il più possibile normale.

Marzia dorme poco e male, dice che si sveglia tre, quattro volte a notte e, come lei, altre donne sue amiche, dice che le sparatorie sono state inaspettate, sono cominciate quando tutto pareva calmo. Una mattina lei e il marito hanno passato quattro ore sotto al letto senza nemmeno poter uscire dalla stanza perché i narcos e la polizia si stavano affrontando proprio sotto casa sua e le finestre erano nella traiettoria degli spari. I tempi allegri, i tempi dei progetti sociali che funzionavano, nei quali il potere del narcotraffico era univoco e discretamente rispettato dagli abitanti perché, seppur con i suoi limiti, discretamente li rispettava, sono finiti. Marzia e io ricordiamo assieme, seduti in un bar tra due reporter con delle macchinone fotografiche con i teleobiettivi e quattro poliziotti che bevono succhi di frutta (e forse ci ascoltano) di quando riuscimmo, assieme a Barbara, l’italiana che vive nella Rocinha e che mi introdusse nella favela, a comprare delle case di mattoni, con i bagni a posto e l’acqua calda e vi traslocammo sei o sette famiglie povere che abitavano nelle palafitte di legno e come vaso sanitario usavano un buco tra gli assi del pavimento (fu Barbara, l’italiana, a chiamarle palafitte per la prima volta). Come erano felici quelle famiglie, come era felice la bambina che aveva dato il nome al progetto quando fece la prima doccia calda, tutta sua. Quella sera ci fu un churrasco, mangiammo, bevemmo allegri, soddisfatti di noi stessi, in pace con Dio, almeno per una notte. Dio sa come manca oggi a Marzia e a me quella pace. E io gli chiedo, per iscritto, di fare qualcosa, di non lasciare che due servi suoi si perdano per il cammino. Sì, lo so, le difficoltà sono prove attraverso le quali dobbiamo passare … Ma a tutto c’è un limite, o no?

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di Matteo Gennari: un professore di italiano nato a Milano e ora residente a Rio de Janeiro. Da poco ha pubblicato un nuovo romanzo ambientato proprio nella città olimpica, COME PERDERE L’ANIMA, acquistabile online dai principali negozi.

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