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Ahmet Davutoğlu e le consultazioni turche

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(già pubblicato sul mio blog “Cose turche” di Look Out news)

C’è voluto più di un mese: ma dopo gli adempimenti procedurali dovuti all’elezione del nuovo presidente del Parlamento, oggi cominciano finalmente le consultazioni del primo ministro incaricato Davutoğlu in vista della formazione del nuovo governo. Questo ritardo è il sintomo più evidente del risultato delle elezioni del 7 giugno: l’instabilità, la mancanza – dopo 13 anni di monocolore Akp – di un governo con pieni poteri proprio quando la Turchia deve affrontare minacciose turbolenze ai suoi confini orientali.

Le consultazioni prevedono una doppia tornata: primi incontri esplorativi con gli altri tre partiti presenti in Parlamento, successive trattative serrate con chi mostrerà buona volontà e pragmatismo; ci sono 45 giorni per formare il governo, altrimenti – come da consuetudine – l’incarico passerebbe al leader del secondo partito più votato, Kılıçdaroğlu del Chp kemalista. In caso di fallimento, si avrebbe un governo con rappresentanti di tutti i partiti col compito di preparare in 90 giorni elezioni anticipate.

Una soluzione non da scartare, viste le difficoltà di formare una coalizione. Le opposizioni, che in comune hanno solo l’ostilità per il presidente Erdoğan, non sono in grado di negoziarne una che funzioni; e tutte e tre – Mhp, Chp e Hdp filo-curdo – si sono a vario titolo schierate contro un’intesa col partito di maggioranza relativa: enunciando pubblicamente delle condizioni stringenti che sarà poi difficile rimangiarsi di fronte ai propri elettorati. E così, il prezzo da pagare per una coalizione col Mhp ultra-nazionalista sarebbe la fine del processo di pace col Pkk, una delle iniziative caratterizzanti del nuovo corso dell’Akp; mentre rimane difficile pensare a una “grande coalizione” con il Chp, dopo che per 13 anni i kemalisti non hanno perso occasione per demonizzare Erdoğan, per contrastare con ogni mezzo – dalla Corte costituzionale alla piazza – praticamente ogni singola riforma voluta dal governo, perfino i grandi progetti infrastrutturali per la modernizzazione del paese.

Se si andasse ad elezioni anticipate, però, non è detto che l’Akp ottenga la maggioranza di seggi così da poter governare di nuovo da solo. La Turchia, imprigionata dalla costituzione autoritaria del (voluta dal regime militare), soffre infatti di una crisi sistemica: da una parte il sistema elettorale su base proporzionale che rende probabili i governi di coalizione, dall’altra i contrasti ideologici – sinistra/destra, laicismo/islam politico – che rendono le coalizioni precarie e pronte all’implosione. Vie d’uscita durature non sembrano al momento esistere, visto che manca una volontà riformista prioritaria e diffusa.

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