Antonio Ferrari e l’apologia del PKK

Antonio Ferrari è un giornalista del Corriere della Sera. Si occupa anche di Turchia, ma è ostile all’islam politico e quindi non è in grado di interpretarne il cambiamento.

In occasione del golpe del 2016 non solo parlò stupidamente – sì: stupidamente! – di “golpe farlocco” senza avere il minimo riscontro per questa sua strampalata tesi, ma successivamente ospitò in una sua trasmissione sul sito del suo giornale un fiancheggiatore dei golpisti che vive in Italia.

LEGGI ANCHE: Il golpe farlocco di Antonio Ferrari

Oggi ho scoperto che – inoltre – appartiene alla fitta schiera di quelli che inspiegabilmente fanno confusione ta i “curdi” e l’organizzazione terroristica PKK: no, proprio non sono la stessa cosa e non spiegare la differenza è da cialtroni.

In un suo servizio intitolato “Curdi, il popolo dimenticato“, così pontifica: “i curdi che vivono in Turchia sono considerati nemici e spesso terroristi o loro fiancheggiatori per le loro oneste spinte autonomiste”; e poi: “E’ chiaro che con la presenza del sultano turco Recep Tayyip Erdoğan i curdi vedono svanire ogni giorno quello in cui hanno sperato: i sogni di autonomia almeno culturale sono più o meno rimasti tali“.

LEGGI ANCHE: Il Corriere di Gülen

Dico: ma è giornalismo, questo? Davvero: con che coraggio Ferrari può uscirsene con simili scempiaggini? In primo luogo: esattamente DA CHI i curdi di Turchia sono “considerati nemici e spesso terroristi o loro fiancheggiatori”? Ma che razza di frase è mai questa? Il PKK, che Ferrari non ha il coraggio di nominare, è nei fatti un’organizzazione terroristica perché organizza attentati terroristici (sì, lo scrivo da anni: la questione è molto complessa, perché il PKK h alle spalle anche un vasto movimento politico).

Ma poi, nel passaggio successivo riesce a ribaltare completamente la realtà (già l’uso del termine “sultano” è sintomo di profonda cialtronaggine, però): perché è proprio Erdoğan l’unico leader politico turco che ha formalmente riconosciuto diritti culturali – a partire da quelli linguistici – alla minoranza curda e ben più ampi ne esisterebbero oggi se il PKK avesse proseguito nel processo di pacificazione nazionale invece di avventurarsi in una folle “guerra rivoluzionaria”.

Che vergogna!

Precedente Il mecenatismo culturale del gruppo Doğuş (su Arte e Imprese) Successivo Gli archeologi italiani, il turismo di massa, Pamukkale e Hierapolis

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.