Bellini, Mehmet II e la vittoria culturale di Erdoğan

(articolo già pubblicato su La Luce)

Bellini

Il 6 ottobre, Istanbul ha ricordato – 97 dopo – la sua liberazione dell’occupazione delle potenze alleate, vincitrici della Prima guerra mondiale. Ad entrare trionfalmente in città, in un bagno tumultuoso di folla, furono Atatürk e le sue truppe: avevano ricacciato in mare l’invasore greco, adesso affermavano la definitiva legittimità nel governo di tutta l’Anatolia, capitale ottomana compresa.

Nel 2020, la ricorrenza protocollare – con deposizione di fiori al monumento di piazza Taksim, alla presenza del sindaco e del governatore – ha vissuto due momenti ulteriori di festa, dall’impatto simbolico ancor più rilevante. Nella serata istanbuliota, infatti, la torre di Galata – ricordo prorompente delle origini genovesi di quella porzione della città – ha fatto da sfondo per uno spettacolo di luci colorate; l’occasione: l’inaugurazione dei restauri, l’apertura all’interno e fino al tetto di un museo dedicato alla sua storia.

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Il risvolto politico non può passare inosservato. La torre che domina il Bosforo e il Corno d’oro era gestita – come monumento aperto alle visite, con ristorante annesso – dalla municipalità di Istanbul. Dopo le elezioni vinte dall’opposizione, è stata avocata a sé dal ministero della Cultura e del Turismo, per farne uno dei maggiori punti di attrazione della “Strada culturale di Beyoğlu”: un progetto che vuole riportare turismo di qualità nel cuore di Istanbul, potenziando l’offerta di teatri, musei, spazi culturali. L’inaugurazione del 6 ottobre è stata infatti officiata dal ministro Mehmet Nuri Ersoy; il sindaco İmamoğlu era invece assente.

In mattinata, il primo cittadino di Istanbul aveva però già dato il via a un’operazione culturale parallela e alternativa: l’apertura al pubblico di una mostra dedicata a un ritratto. Il dipinto in questione raffigura Mehmet II, il Conquistatore di Costantinopoli, insieme a un giovane non identificato; è stato acquistato all’asta da Christie’s per circa 900.000 euro, dalla municipalità stessa. La tavola che misura 33×45 centimetri è opera di un allievo di Gentile Bellini, pittore veneziano inviato dal Sultano – tra il 1479 e il 1480 – proprio per immortalarlo. Frutti di quella missione insieme artistica e diplomatica sono il celebre ritratto della National Gallery di Londra, delle medaglie, altri due ritratti attribuiti per l’appunto alla sua scuola.

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In tutto questo materiale iconografico Mehmet appare come principe rinascimentale (ma con turbante): ed è così che in realtà veniva percepito in Occidente, in virtù della sua conoscenza delle lingue classiche e della storia europea. Nel 1999, il ritratto realizzato da Bellini – l’originale – venne esposto a Istanbul sempre come unica opera, in un’operazione voluta dalla banca turco-italiana Yapikredi: una mostra in contemporanea con l’accettazione della Turchia come candidata all’ingresso nell’Unione europea. Insomma, il Conquistatore (Fatih, in turco) venne scelto come emblema di una connessione rassicurante tra Oriente e Occidente.

Al di là della proprietà dei due quadri – in prestito nel 1999, di proprietà municipale nel 2020 – in 20 anni la figura di Mehmet II come simbolo anche politico ha vissuto una significativa evoluzione: ed è in questo differente contesto che l’iniziativa di Imamoglu va valutata. Fatih è diventato riferimento constante per il presidente Erdoğan, fin da quando era lui il sindaco di Istanbul: sulla sua tomba ha spesso pregato dopo vittorie elettorali, lo ha celebrato nelle ricorrenze sempre più spettacolari della conquista del 29 maggio 1453, da ultimo lo ha esaltato come nume tutelare della riconversione di Ayasofya in moschea.

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İmamoğlu, comprando il dipinto e mettendolo in mostra in questo giorno speciale ha voluto rubare la scena; persino l’anteprima di pochi giorni prima è stata consegnata alla lotta politica: hanno sfilato infatti solo i rappresentanti dei partiti di opposizione, non quelli dell’amministrazione nazionale. Ma il punto è proprio questo! Infatti, la simbologia politica dell’opposizione “laica” è tradizionalmente fondata sul mito di Atatürk: ritratti, addirittura tatuaggi della sua firma. Oggi, per rivaleggiare con Erdoğan viene utilizzato un sultano ottomano; se ne accettano quindi legittimità e visibilità, anche sulla scena politica. La Turchia è davvero cambiata; in profondità.

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