La Biennale di Istanbul e l’arte progressista

Confesso di essere fortemente allergico all’idea di arte come strumento di lotta politica; l’arte politica e moraleggiante è quasi sempre scontata e noiosa, viene presentata non come una delle tante interpretazioni possibili del mondo ma come l’unica ammessa (progressista e/o rivoluzionaria, ça va sans dire). Sono invece per l’ “art for art’s sake”, per l’arte nella sua dimensione estetica ed emozionale.

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Perciò, trovo particolarmente indigesta l’intervista realizzata da Marco Enrico Giacomelli di Artribune ai curatori della Biennale di Istanbul, Michael Elmgreen e Ingar Dragset (spero di poterla visitare, tra qualche settimana): un’intervista in cui si parla molto più di politica – da parte di persone che ne sanno solo per sentito dire – che di arte.

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La prima domanda, è tutto un programma: “una parte del mondo dell’arte ha criticato la vostra scelta di curare la Biennale di Istanbul, data la delicata situazione politica in Turchia. Perché avete accettato l’invito?” Ora, capisco che subito dopo il colpo di Stato del 15 luglio potevano esserci dei dubbi riguardo la sicurezza: ma con “delicata situazione politica” qui s’intendono le contromisure prese dal governo contro l’infrastruttura anche economica e mediatica dei golpisti, contro tutti quelli che a vario titolo fiancheggiano l’organizzazione terroristica Pkk.

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C’avete fatto caso? Quando si parla di “situazione politica” in Turchia non si fa MAI riferimento alle vittime, né degli attentati terroristici del Pkk né del golpe. MAI una parola di solidarietà.

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Comunque, i due curatori rispondono che hanno incontrato intellettuali, giornalisti, accademici – immagino, tutti della stessa estrazione politica anti-governativa – che li hanno incoraggiati ad andare avanti, a “non voltargli le spalle”. Dicono: “un grande evento culturale come una biennale può essere un’occasione per potersi radunare, proprio in un momento in cui altri raduni non sono permessi a causa dello stato di emergenza che ora vige in Turchia.” Eh? Ma quali sono questi “altri raduni” che “non sono permessi”?

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E sempre citando gli intellettuali di cui sopra: “ritenevano che la cosa peggiore che potesse succedere fosse che il mondo si dissociasse dalla Turchia e isolasse le forze progressiste locali.” Sì, avevo perfettamente ragione: hanno parlato solo con quelli di sinistra. Dico: e gli altri? Se non sei “progressista”, non hai diritto di essere interpellato?

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E continuano: “abbiamo capito che la solidarietà con coloro i quali sono minacciati di esser messi a tacere è più importante che voltar loro la schiena e boicottare la Turchia. La gente dovrebbe venire qui per mostrare agli intellettuali, agli artisti e alle persone dalla mente aperta che non sono soli.” Capito? O sei “intellettuale progressista”, oppure hai la mente chiusa!

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Ho questo dubbio: con questa impostazione – politica – poi alla fine a queste Biennali non è che i criteri di selezione sono quelli della comune militanza politica, più che artistici? Vi saprò dire: ma di certo – con rare ed esaltanti eccezioni – le mie precedenti esperienze del 2011, 2013 e 2015 non sono molto incoraggianti.

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