Biennale di Istanbul 2019: intervista e sedi

Nei giorni scorsi ho intervistato il curatore della Biennale di arte contemporanea di Istanbul edizione 2019: il francese Nicolas Bourriaud. L’intervista è la base del mio articolo di presentazione della Biennale – organizzata dalla fondazione Iksv, si terrà dal 14 settembre al 10 novembre – che uscirà nel numero di settembre de Il Giornale dell’Arte (insieme ad altri 10 miei articoli).

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Qui, come sempre, vi anticipo alcuni passaggi:

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tema dell’Antropocene: una riflessione sulla “catastrofica promiscuità” tra uomini e natura nel contesto di un’antropizzazione galoppante che mette in pericolo la sopravvivenza del pianeta e i nostri stili di vita, sulle ibridazioni culturali e sulle reciproche fertilizzazioni artistiche innescate da incessanti correnti migratorie.

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Il progetto per Istanbul 2019 nasce da un’immagine che ha poi dato il nome alla rassegna: Il settimo continente, la gigantesca isola di detriti essenzialmente di plastica che fluttua indisturbata nell’oceano Pacifico.

Il critico d’arte francese ha scelto però di non avvalersi di artisti-attivisti, di chi fonde – e forse confonde – l’estetica con la responsabilità politica. Considera il loro approccio “banale”, ha preferito spostare la riflessione su di un piano più elevato e profondo: il modo in cui i cambiamenti strutturali nei rapporti tra uomo e natura “influenzano il modo di vedere, sentire, rappresentare il mondo da parte degli artisti”; ne ha selezionati in tutto 57 tra singoli e collettivi, provenienti da 26 paesi.

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Nel frattempo, l’organizzazione ha dovuto sostituire una delle 3 sedi previste – le altre due sono il museo di Pera e l’isola di Büyükada – a causa della presenza imprevista di amianto negli ex cantieri navali ottomani in riva al Corno d’oro (la Tersane): al suo posto, verrà utilizzato – finito, ma ancora non aperto al pubblico – il museo di arte moderna e contemporanea dell’università Mimar Sinan progettato da Emre Arolat in riva al Bosforo, l’Antrepo 5 (come l’Istanbul Modern ormai smantellato, un vecchio deposito del porto di Istanbul). Gli artisti presenti ovviamente non cambieranno.

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Aggiungo una notazione a margine. Una testata italiana online specializzata sul mondo dell’arte ha pubblicato un’intervista ; tra le domande, c’era questa: “Ritiene che l’attuale situazione politica interna alla Turchia abbia in qualche modo influenzato anche la scena culturale?” Dico: ma cosa diavolo può sapere della situazione politica interna della Turchia un critico d’arte e curatore francese? Magari la speranza era quella di poter innescare qualche ulteriore polemica di stampo islamofobo, come già avvenuto in passato? Roba da pazzi…

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