Due passi alla Biennale di Istanbul

Biennale

Finalmente il mio articolo sulla Biennale di arte contemporanea di Istanbul, per Il Giornale Off:

Sale, acqua benedetta, pane raffermo: elementi senza i quali la vita umana è impossibile. Li consegna a ogni fedele il Patriarca armeno di Istanbul, dopo la messa solenne del 6 gennaio – Natale ed Epifania insieme, per loro ancora coincidono – nella storica sede di Kumkapı, in riva al mare di Marmara. La connessione tra la storia tragica degli armeni di Turchia e l’acqua salata del Bosforo è l’aspetto più accattivante e artisticamente rilevante della Biennale di arte contemporanea di Istanbul, giunta alla quattordicesima edizione. E’ curata da Carolyn Christov-Bakargiev, è visitabile fino al 1° novembre, ha per l’appunto come tema l’acqua salata, “Tuzlu su”.

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La formula si è rivelata vincente: la Biennale non è concentrata un’unica sede espositiva, ma ha preso possesso della città e del canale marino che la divide e la unisce a due continenti. Una Biennale dilatata, in 35 tappe: il museo Istanbul Modern come ancoraggio, il liceo italiano dove si è svolta la conferenza stampa di presentazione a inizio settembre, banche ottocentesche trasformate in hotel, la casa dell’esilio di Trotsky sulle isole dei Principi, residenze aristocratiche abbandonate, hamam e garage, musei e sotterranei. Seguendo il consiglio della curatrice, l’abbiamo visitata e vissuta come gli abitanti di Istanbul: una meta alla volta e senza fretta, nei ritagli di tempo, tra un appuntamento e una conferenza, a in pedi e in traghetto. Niente barriere tra l’arte e la quotidianità, insomma.

La formula si è rivelata vincente perché gli istanbulioti si sono riappropriati della loro città, l’hanno scoperta a volte: l’ingresso alla Biennale è gratuito, le presenze – anche di stranieri, a dir la verità – sembrano sempre nutrite. E hanno aiutato la guida e la mappa, minimaliste ma rigorose e precise, realizzate dal collettivo italiano LeftLoft. C’è però una controindicazione, molto evidente: il maggior interesse per i luoghi in sé che non per le opere, tranne alcune notevoli eccezioni. I visitatori li abbiamo sorpresi ad esplorare, a intrufolarsi, riservando all’arte solo sguardi distratti.

Dopotutto, solo 60 creazioni sulle oltre 500 esposte sono state pensate per la Biennale, hanno un legame diretto e non cervellotico con la “Tuzlu su”, hanno un rapporto di simbiosi coi luoghi e la città che le ospitano. Il resto è riciclo d’autore, spesso di natura fastidiosamente politica (per “politica” s’intende la sinistra radicale e barricadera, ovviamente). Insomma, era proprio necessario selezionare la Venere degli stracci di Pistoletto o l’arte aborigena australiana, addirittura esporre in posizione di preminente visibilità – tutto all’Istanbul Modern – una copia del Quarto stato di Pellizza da Volpedo? Il legame con l’acqua e il sale del Bosforo? L’onda lunga del socialismo, apparentemente: strizzando l’occhio alle proteste di piazza che hanno infiammato la Turchia due anni fa. Il punto è: a cosa serve scegliere un tema se poi, con un pretesto o un altro, si mette nel calderone un po’ di tutto? Una coerenza sbandierata ma che non c’è.

[…]

(il resto lo trovate su Il Giornale Off)

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