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Can Dündar, dal giornalismo all’eversione

Can Dündar

Can Dündar, giornalista turco che vive in Germania, è stato condannato a 27 anni di prigione per spionaggio e per favoreggiamento delle attività di un’organizzazione terroristica (in effetti, l’organizzazione in questione è quella golpista che fa capo a Fethullah Gülen: quindi è più propriamente eversiva).

Purtroppo, com’è ormai abitudine, la notizia è stata riportata dai media italiani in modo tendenzioso, per non dire distorto. Dündar, in sintesi, viene presentato come martire della “libertà di stampa” e della “repressione”: punito per “aver fatto il proprio lavoro”, per aver svelato segreti inconfessabili grazie a inchieste coraggiose, in sintesi per essere contro il presidente Erdoğan.

Beh, no: Can Dündar non ha fatto inchieste, non ha fatto giornalismo nel senso proprio della parola; si è prestato – consapevolmente o meno, non sono in grado di stabilirlo – a un’operazione di. disinformazione, di propaganda nera dei gülenisti: che col senno di poi serviva, per l’appunto, a preparare il terreno per il golpe del 2016.

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Per capire cos’è accaduto è indispensabile ricostruire i fatti, nel loro susseguirsi cronologico. Nel gennaio 2014, la procura e la gendarmeria di Adana (nella Turchia mediterranea) hanno fermato e perquisito dei camion dei servizi segreti diretti in Siria con un carico di armi: costoro erano legati per l’appunto all’organizzazione di Gülen, l’intento era di dare sostegno all’idea propagandistica che “la Turchia aiuta l’Isis”. Il meccanismo: Erdoğan è legato al terrorismo, rovesciarlo è un servizio reso all’Occidente.

L’operazione di polizia è diventata immediatamente di pubblico dominio, anche se poi è stata imposta riservatezza da parte del governo: e Can Dündar, quindi, non aveva bisogno di fare inchieste. Cos’è successo, allora? Che un anno dopo, nel febbraio 2015, è diventato direttore del quotidiano storico Cumhuriyet: già questo uno sviluppo sospetto, visto che è sempre stato lontano dalle linee editoriali tradizionali (kemaliste) del giornale.

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Dopo ulteriori 3 mesi, c’è quello che viene erroneamente presentato come scoop: la pubblicazione di articoli corredati di immagini su quell’operazione di polizia dell’anno prima, con lo scopo di rilanciare la propaganda nera/disinformazione contro la Turchia (“la Turchia aiuta l’Isis”). Perché le armi c’erano, sì: però erano dirette alla resistenza anti-Assad, non ai terroristi!

Dündar venne arrestato, poi scarcerato per motivi tecnici; grazie a quella scarcerazione riuscì a fuggire in Germania, dove oggi vive da latitante e da dove continua – presentandosi come vittima di Erdoğan – a fare propaganda anti-turca. I nemici della Turchia sono ovviamente ben lieti di strumentalizzarlo.

Poi, sì: il giornalista ha il dovere professionale di dare le notizie, di pubblicare il materiale scottante che si riesce a procurare o gli arriva. Ma è sempre così? Questo principio è valido in ogni caso, anche se il contesto è poco chiaro, se non palesemente marcio?

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