Dalla trappetta al bicarbonato: robe strane della Turchia

AVVISO: questo post è ormai datato, è stato scritto da una persona che si occupava del blog in precedenza; chi lo gestisce oggi non ne condivide l’impostazione. Per contattarmi: giuse.mancini@gmail.com

Stasera mi diverto a stilare una di quelle liste semiserie (ma sincere) che mi fanno riflettere sulle differenze tra Italia e Turchia, e sui piccoli e grandi shock che possiamo incontrare sul nostro cammino, vivendo in un paese che non è la nostra madrepatria…

1. La gente che quando cammini ti sbatte addosso. Oppure la gente che, mentre cammini, ti fa gli agguati! Da dietro di fianco, di sbieco… Succede un po’ ovunque, ovunque ci sia un po’ di gente assembrata (specie nel casino 24oresu24 su Istiklal Caddessi): tu stai camminando tranquillamente per i fatti tuoi e ooohps! All’improvviso senti di aver calciato qualcosa, c’è una borsa che ti sta facendo pressing tra il tacco del piede e il deretano, e non è la tua di borsa! Qualcuno dietro di te ti sta “spingendo” senza una ragione specifica. Oppure, sempre mentre stai tranquillamente camminando, qualcuno ti fa quella che a Torino chiamiamo una trappetta: ti si para davanti all’improvviso senza motivo, e ti fa praticamente inciampare. Qui in Turchia c’è un concetto differente di “spazio personale”. Mi raccontava un’amica che anche in India è così: alla gente piace il contatto fisico! La gente – come dire – si sposta nemmeno di un millimetro e ti viene addosso! Piccole e grandi spallate, che a volte  si risolvono in gomitate zona fianchi… Ci sono giorni in cui torno a casa con i lividi! Non ci sono abituata, non mi era mai successo, nemmeno nel caos mondiale di Tokyo. Qui è proprio come essere sempre in un gigantesco concerto dove tutti pogano alla grande. Niente bon ton!

2. I nomi propri che non sai se è un maschio o una femmina, buffo problemino che, a dire il vero, avevo incontrato già in Giappone. Noi siamo abituati bene: voglio dire, per noi non è difficile distinguere i nomi femminili da quelli maschili! Quelli femminili finiscono al 99% dei casi in -a o -e, quelli maschili in -o e qualcuno con -a, facile no? Certo. Bene: qui in Turchia non è affatto così: i nomi sono vari ed eventuali, e a meno di non saperlo prima (o di trovarsi la persona davanti in carne ed ossa, eheh, questo può aiutare!) è difficile indovinare se il nome sia maschile o femminile. Un esempio? Vedete un po’ se riuscite a indovinare se i nomi che vi scrivo qui sotto sono maschili o femminili, e se volete datemi la vostra riposta nei commenti…
Emre
Asli
Bahriye
Zeynep
Pinar
Tuna
Gökhan

3. I signori della munnezza, io li chiamo così. Uomini, signori e ragazzi di tutte le età armati di carretti che trainano a braccia come fossero Risciò, con dietro una grossa e zozza borsona di plastica. Il loro lavoro è farsi tutti i cassonetti di Istanbul: aprire sacchetto dopo sacchetto e rovistare nella munnezza per raccogliere cartone, plastica, vetro e altri materiali riciclabili. Sono loro la raccolta differenziata di Istanbul! Non ci sono i cassonetti dedicati: ci sono questi signori volenterosi e tenaci, che raccolgono gigantesche pile di questi materiali che poi rivendono per poche lire alla rifiuteria della città. E’ un fenomeno diffuso anche in altri paesi: in Cina, per esempio, con l’immane riciclaggio delle scorie informatiche (ne parlavano a Report, ho visto…) che viene tollerato, benché illegale, perché fornisce comunque un servizio utile alla società. E già. Questi signori della munnezza danno da mangiare a intere famiglie con questo loro duro lavoro! Ma ogni tanto ci sono anche dei ragazzini che lavorano come raccoglitori di munnezza, e ogni volta che li vedo mi sento un po’ male. Cerco di facilitare un po’ il loro lavoro mettendo le cose riciclabili tutte insieme, non mischiandole con l’altra munnezza…

4. Il bicarbonato nelle bustine (manco fosse polvere d’oro, o zafferano: bicarbonato di sodio! Quello che da noi costa niente…) Io ne faccio un uso, diciamo, molto esteso! Lo uso in cucina per fare i prezels e per lavare l’insalata, per pulire la doccia, per far tornare lucide le pentole: insomma è il mio piccolo tuttofare, la mia panacea personal-popolare (dato il prezzaccio). Mai avrei pensato di doverlo strapagare e comprarlo in bustine da 6 grammi! Eppure qui è così…

5. Niente alcool rosa denaturato in vendita. Già! Una cosa normalissima, che Italia darei per scontata tipo la carta igienica o gli stuzzicadenti, roba da supermercato insomma! Niente affatto: qui non si trova in giro, e non si trova nemmeno in farmacia. Forse temono che qualcuno possa farne un uso improprio, non so, berselo? Dare il via a un pericoloso incendio, mettere su una bomba? Ci potrebbe anche stare. Mannaggia. Io mica voglio fare le bombe! Diciamo che giro per il mondo con la mia lavagna (quella con cui ci si scrive su con i pennarelli che fanno “scrick” quelli non indelebili!) che uso per buttar giù i soggetti che voglio scrivere, e organizzarmi il lavoro. Beh, su queste benedette lavagnette, se  non le cancelli subito, i pennarelli si seccano di brutto, e l’unico modo per cancellarli è usare il caro vecchio alcool rosa. Come fare in assenza del Mastro Rosa? Beh, che ci crediate o meno, ieri ho cancellato la lavagna con un panno bagnato di Vodka al peperoncino, graditissimo regalo dello zio del mio moroso, direttamente dal Duty Free dell’aeroporto… Ha funzionato!