Diana Darke e le radici islamiche del gotico

(già pubblicato su La Luce)

Diana Darke

Notre-Dame, la chiesa gotica per eccellenza e simbolo monumentale di Parigi, ha origini siriane. Questa tesi, apparentemente provocatoria ma ben fondata, è stata lanciata su twitter all’indomani del rogo e poi sul suo blog da Diana Darke, arabista e scrittrice. La risposta ottenuta – interesse mediatico, una scia di polemiche – l’ha spinta a scrivere un libro ben documentato e argomentato, dal tema più vasto e ancora più controverso: la profonda influenza dell’architettura islamica su quella europea.

Stealing From the Saracens. How Islamic Architecture Shaped Europe si fonda su di una constatazione banale: “Una profonda influenza islamica può essere osservata in molti dei più iconici monumenti europei”. In nove capitoli organizzati cronologicamente e in un compendio finale d’immagini sfilano infatti: la cattedrale di Canterbury, l’abbazia di Westminster, la cattedrale di Saint Paul e il Big Ben sempre a Londra, il Sacro Cuore di Parigi, la cattedrale di Burgos, San Marco e il Palazzo ducale di Venezia, fino alla Sagrada Familia di Barcellona.

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L’autrice la considera “una verità sconveniente”, in questo clima di islamofobia dilagante in cui le cosiddette “radici cristiane” vengono agitate con disinvoltura contro avversari politici. Eppure, il tanto celebrato gotico delle grandi cattedrali europee – i suoi componenti costituivi, dall’arco a sesto acuto ai costoloni alle guglie – ha origine in elementi fatti propri dall’architettura islamica, portati nel nostro continente dalle dominazioni arabe in Spagna e in Sicilia, da mercanti e da viaggiatori, dai crociati al ritorno dalla Terrasanta. Fa fede la cronologia, ovviamente.

Le idee della Darke non sono bizzarre, o estreme. Spiega che gli Umayyadi e gli Abbasidi – le prime dinastie di Califfi – hanno reinterpretato e rielaborato elementi già presenti nella tradizione orientale, dalla Mesopotamia alle province romane (vengono in mente Antiochia, o Palmira), con una prima proficua incubazione tra i cristiani d’Oriente.

La progenitrice di Notre-Dame, infatti, viene individuata non in una moschea ma in un’altra chiesa: Qalb Loze, risalente al V secolo, in Siria settentrionale (non lontana da Ildib). I riscontri? Le due torri gemelle, l’arco d’ingresso, il rosone. Un altro caso eclatante è perfino documentato: la cattedrale di Sant’Andrea ad Amalfi, con i suoi elementi arabeggianti della facciata e del chiostro ispirati all’architettura del Cairo, poi utilizzati per l’abbazia di Montecassino e da questa trasferiti a quelle di Cluny e Saint-Denis.

Dopo un omaggio al nume tutelare Christopher Wren, l’architetto di Saint Paul che riconobbe le origini islamiche del gotico (utilizzava il termine “saraceni”), Diana Darke – in modo coinvolgente, con dovizia di dettagli – descrive gli edifici fondativi dell’architettura islamica e rintraccia gli elementi architettonici gradualmente introdotti. L’interpretazione di fondo: le radici architettoniche dell’Europa non sono in Grecia, ma sono più a Oriente.

Le differenze nel loro uso sono però enormi: perché, a differenza che nelle chiese cristiane, la priorità dell’architettura delle moschee – raffinata, sublimata nel tempo – è quella di “creare uno spazio privo di gerarchia, una zona di transizione incerta in cui il fedele si sente più vicino a Dio perché non c’è nessun intermediario”.

Gli esempi sono decine, ne basta qualcuno per rendere l’idea. Innanzitutto la Cupola della Roccia di Gerusalemme, in cui compaiono l’arco a sesto acuto e l’arco trilobato, oltre ai mosaici colorati sull’esterno; in realtà, spiega l’autrice, l’arco a sesto acuto già era stato utilizzato nella Persia e nella Siria pre-islamiche: ma solo sporadicamente, mentre nell’architettura islamica l’uso diventa sistematico.

Poi la Grande moschea di Damasco: con il minareto a pianta quadrata – il primo documentato – che sfruttava la base di una torre romana, o l’arco a ferro di cavallo, o ancora i mosaici decorativi. L’Andalusia col virtuosismo esuberante della moschea di Cordova poi convertita in chiesa e dell’Alhambra: gli archi a ogiva e quelli polilobati, le volte a crociera con costoloni in evidenza. Le vetrate colorate per cui sono note le cattedrali gotiche erano già presenti nelle prime moschee monumentali; mentre le cupole dalle pendenza ardite e a doppio involucro – come quella celebre del Brunelleschi nel Duomo di Firenze – erano già state sperimentate dai Selgiuchidi nelle loro tombe e perfezionate dagli Ottomani.

Queste radici islamiche dell’Europa – concrete, evidenti, studiate, documentate – sono state “volutamente trascurate o semplicemente dimenticate”, secondo Diana Darke. Tornare a conoscerle e riconoscerle, a partire dai corsi di storia dell’arte nelle scuole, significherebbe riappropriarsi di origini comuni, condivise.

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