Diyarbakır e la memoria ritrovata

Diyarbakır

(ripubblico un altro mio articolo di qualche mese fa, su un progetto culturalmente molto valido che interessa la straordinaria città di Diyarbakır; la mia idea: più cultura, più storia e memoria, meno politica soprattutto di orientamento estremista)

Nel 2015, la Turchia ha iscritto nella Lista del patrimonio dell’umanità dell’Unesco le mura romane in basalto e i giardini sul Tigri di Diyarbakır, antica città del sud-est dell’Anatolia a maggioranza curda. Appena un anno dopo, le operazioni anti-terrorismo dell’esercito di Ankara contro il Pkk hanno portato alla devastazione del centro storico e al danneggiamento di alcuni tra i più importanti monumenti.

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L’antidoto a queste distruzioni ideato dalla fondazione Anadolu Kültür è un progetto per la preservazione della memoria culturale ed architettonica della città, da sempre multietnica e multireligiosa. Uno degli strumenti scelti è quello delle mostre online: i materiali raccolti – foto d’epoca e recenti, documenti di ogni tipo – vengono raggruppati tematicamente e contestualizzati da approfondimenti scritti.

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L’ultima, “La città che ha creato il suo stile architettonico”, presenta monumenti rappresentativi delle civiltà che hanno dominato Diyarbakır: la chiesa siro-ortodossa della Vergine Maria, edificata nel III secolo sulle rovine di un tempio pagano; la grande moschea (Ulu camii), in origine una chiesa poi convertita all’islam – conservandone le forme architettoniche – già nel VII secolo; la grande chiesa armena di Surp Giragos del XVI secolo, a 5 navate e con 7 absidi, semi-distrutta e abbandonata dopo la Prima guerra mondiale e restaurata solo recentemente; il caravanserraglio Hasan paşa, ricovero per le carovane dal XVI secolo e oggi occupato da caffè e negozietti; la residenza aristocratica di Cemil paşa, ricco possidente curdo, costruita in basalto a fine ottocento e oggi museo civico. Strati di storia sovrapposti e paralleli.

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