Il premier Draghi e il dittatore Erdoğan

Il premier italiano Draghi ha dato al presidente turco Erdoğan del “dittatore”. Ad Ankara non l’hanno ovviamente preso bene, questo insulto sciocco e poco diplomatico: l’ambasciatore italiano è stato convocato al ministero per le rimostranze di rito, ministri e dirigenti del partito Akp si sono espressi in termini molto duri.

Vi risparmio i dettagli, mi limito a qualche riflessione di fondo. La prima è che in effetti è sfuggita la gravità delle parole di Draghi (pronunciate nel corso di una conferenza stampa, quindi registrate: “Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono,di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società“.

Sì, il contesto è quello della polemica – alttrettanto sciocca – sulla sedia mancante per Ursula von der Leyen durante il vertice Turchia/UE di pochi giorni fa (cos’è successo l’ho ricostruito qui: Von der Leyen, Erdoğan e la sedia mancante). Ma Draghi non si è limitato a delle critiche – che sarebbero state comunque ingiustificate – su questioni protocollari: è andato molto oltre, ha creato una crisi tra i due paesi assolutamente senza motivo.

LEGGI ANCHE: La Turchia è ormai una minaccia, per gli Italiani

In primo luogo, ha inserito Erdoğan in una categoria che lo accomuna agli autocrati di Russia o Cina e a quelli mediorientali. In secondo luogo, ha espresso la volontà di cooperare solo per ragioni utilitaristiche e non in virtù di un’amicizia tra i due paesi che è invece di lungo corso e consolidata (almeno da parte turca). In terzo luogo, ha rimarcato una “diversità” che tradisce pretese di superiorità e sentimenti di sostanziale disprezzo.

D’altra parte, quest’intemerata proprio non mi sorprende. Non perché Draghi sia a digiuno di politica internazionale; in più, il suo consigliere diplomatico Luigi Mattiolo è stato ambasciatore ad Ankara pochi anni fa: quindi la Turchia di Erdoğan dovrebbe conoscerla bene. No, le dichiarazioni di Draghi non mi sorprendono perché sono in linea con la percezione della Turchia, imposta con un decennio di propaganda medicatica, oggi prevalente in vasti settori dell’opinione pubblica e della classe politica italiane.

Erdoğan è diventato paradigma di malvagità, il “cattivo” per eccellenza nelle conversazioni da bar (o da social network). La “dittatura” è diventata un ritornello, le operazioni militari contro l’organizzazione terroristica Pkk vengono spacciate per “sterminio dei curdi” (quando non diventano addirittura un “genocidio”), le misure contro l’organizzazione eversiva responsabile del golpe del 2016 diventano “arresti di insegnanti e giornalisti”. Poi c’è l’evergreen della cosiddetta “islamizzazione”topos propagandistico fondato su notizie inventate o deformate: le “spose bambine”, gli “stupri legalizzati col matrimonio”, le moschee costruite dappertutto (dimenticando ovviamente le chiese e le sinagoghe restaurate dopo decenni di abbandono).

LEGGI ANCHE: Von der Leyen, Erdoğan e la sedia mancante

Il “dittatore” di Draghi contro il presidente turco è in buona sostanza il culmine – e la diretta conseguenza – di un decennio abbondante di propaganda nera contro la Turchia, che è andata avanti senza che venisse adottata una strategia efficace per contrastarla. L’esigenza di una strategia comunicativa di questo tipo – la Turchia che si racconta, che si fa conoscere – è ancor più rilevante dopo questo incidente che a mio avviso lascerà un segno.

Personalmente, in questi ultimi anni, non ho condiviso l’idea che esistesse un partenariato forte tra Italia e la Turchia. È vero che gli scambi economici e commerciali sono molto proficui, che l’Italia non è ostile alle posizioni turche nel Mediterraneo e che da sempre si è detta favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione europea.

Ma in concreto cos’ha fatto per la Turchia, quando la Turchia è stata in difficoltà? Quando la Turchia ha subito attacchi terroristici, un colpo di Stato? Quando è intervenuta in Siria per debellare la minaccia turistica? Cos’ha fatto l’Italia? Persino il progetto di un’università italo-turca a Istanbul – lanciato se non erro ai tempi di Frattini ministro degli Esteri – è presto finito nel dimenticatoio. Insomma, a me sembra che la calda simpatia della Turchia sia stata ricambiata con freddezza che oggi addirittura – per i motivi già spiegati – si è trasformata in aperta ostilità.

Per contattarmi:
giuse.mancini@gmail.com
https://www.facebook.com/IstanbulEuropa
https://twitter.com/IstanbulEuropa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.