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Elezioni in Turchia, la sconfitta di Erdoğan

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(già pubblicato sul mio blog “Cose turche” di Look Out news)

Le elezioni politiche del 7 giugno in Turchia hanno avuto un grande vincitore e un grande sconfitto. Ne è uscito da trionfatore Selahattin Demirtaş, leader del Partito democratico del popolo (Hdp) filo-curdo che ha raddoppiato i voti dal 6,5 al 13% ed eletto 80 deputati, superando per la prima volta nella storia la soglia di sbarramento del 10% introdotta dal regime militare degli anni ’80 proprio per impedire ai curdi – a quelli con una visione politica su base etnica – di entrare in Parlamento. Dovranno invece metabolizzare un tremendo fallimento il Partito della giustizia e dello sviluppo, che si lascia sfuggire la maggioranza assoluta dei seggi perdendo il 9% dei consensi per attestarsi al 41%, e soprattutto del presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan.

In effetti, il partito è stato guidato nelle elezioni dal premier Ahmet Davutoğlu, che ha ereditato le cariche dopo che Erdoğan – quasi un anno fa – è stato eletto alla più alta carica dello Stato; tuttavia, il leader storico dell’Akp si è speso in prima persona durante la campagna elettorale, imperniata sul suo progetto di riforma presidenziale del sistema politico. Ed è questo progetto che Demirtaş, in un’affollatissima conferenza stampa ieri sera a Istanbul, ha dichiarato ormai superato: i cittadini turchi, da una parte poco appassionati al tema e dall’altra sensibili al richiamo dell’anti-erdoganismo (le opposizioni hanno presentato il presidenzialismo come una forma di autoritarismo, di “dittatura” del presidente), si sono del resto pronunciati in modo chiaro e netto.

Nel suo discorso “della vittoria” dal balcone della sede del partito ad Ankara, Davutoğlu ha invece rivendicato l’inscalfita centralità dell’Akp, “la spina dorsale della Turchia”, perché ha eletto deputati in praticamente tutte le 81 province del paese: mentre le opposizioni ottengono buoni risultati solo in alcune aere, i kemalisti del Partito repubblicano del popolo (Chp) – fermi come nel 2011 al 25% (elegge 132 deputati) – nelle roccaforti della costa egea e l’Hdp nel sud-est a maggioranza curda. Ma nonostante le acrobazie dialettiche del premier, la sconfitta dell’Akp è evidente: al di là della bocciatura del progetto presidenzialista, nonostante rimanga il partito di maggioranza relativa i suoi 258 deputati rimangono evidentemente sotto la soglia minima di 276 necessari alla fiducia. Dopo 13 anni di stabilità determinante per realizzare quelle riforme democratiche e strutturali che hanno consentito la modernizzazione e la crescita economica, per la Turchia si riapre l’incubo dell’instabilità, di governi di coalizione o minoritari, di elezioni anticipate dall’esito imprevedibile. Implacabili infatti i mercati, il giorno successivo: la lira turca ha ceduto il 5% nei confronti del dollaro, la borsa ha aperto con un disastroso meno 8%.

Ma perché l’Akp ha perso? Hanno pesato la transizione interna, il logorio e l’arroganza del potere, scandali ed episodi di corruzione, una comunicazione elettorale che ha rivendicato i successi passati senza presentare troppe proposte per il futuro, campagne di stampa delegittimanti (il nuovo e costoso palazzo presidenziale della capitale, presunti traffici di armi a favore dell’Isis, i profughi siriani accolti in territorio turco); anche le promesse populiste delle opposizioni – raddoppio del salario minimo, cancellazione degli interessi per i debiti da carta di credito, bonus di ogni tipo a pensionati e poveri – hanno avuto buono gioco nell’assottigliare il consenso per il partito di Erdoğan. L’Akp però ha perso soprattutto dove l’Hdp ha vinto, cioè nelle regioni a maggioranza curda: la presenza sulla scheda del simbolo di partito ha galvanizzato gli animi, lo stallo nel processo di pacificazione con il Pkk ha raffreddato l’entusiasmo per il governo, attentati in serie contro rappresentanti e comizi hanno scatenato la solidarietà dell’opinione pubblica (l’Akp, d’altra parte, ha denunciato pressioni sistematiche e violente a favore del partito di Demirtaş).

Il boom elettorale dell’Hdp è anche dovuto a due ulteriori fattori: la soglia di sbarramento considerata un’ingiustizia, la conseguente mobilitazione – anche da parte di sostenitori di altri partiti – per consentirgli di superarlo, così da non consegnare all’Akp una maggioranza schiacciante per le riforme presidenziali; una piattaforma da sinistra radicale, basata su promesse di “più diritti per tutti” e non già su proposte concrete di governo, che gli ha consentito di attrarre il voto delle frange massimaliste coinvolte nei movimenti di protesta (parco Gezi, giugno 2013).

C’è chi ha parlato di prova di maturità della democrazia turca, visto che non ci sono state notizie di irregolarità o brogli (contrariamente a quanto riportato preventivamente dalla stampa italiana e internazionale, che come al solito si è lasciata trascinare in una delle molteplici campagne di delegittimazione anti-governative) e in virtù dell’alto numero di esponenti di minoranze etniche e religiose in Parlamento. In realtà, l’esito delle elezioni è la prova che il sistema politico turco non funziona e andrebbe modificato in profondità, in senso maggioritario e in modo tale da avere chiare alternative – di progetti, di eventuali coalizioni – presentate agli elettori. Le opposizioni infatti , compreso il nazionalista Mhp (ultra-nazionalista, per quanto riguarda i rapporti con la minoranza curda) che ha ottenuto il 16% dei voti e 80 deputati, hanno condotto campagne di quasi esclusiva valenza negativa e populista, senza una visione concreta e credibile per il futuro della Turchia: un loro governo comune, soprattutto in virtù dell’incompatibilità tra Hdp e Mhp, è praticamente impossibile.

Le opzioni che rimangono sono una coalizione Akp-Mhp, entrambi di riferimento per la maggioranza dell’elettorato che in Turchia è strutturalmente conservatore, resa però difficile proprio dalle divergenze sul processo di pace coi curdi; oppure un breve governo di minoranza dell’Akp e rapide elezioni anticipate, magari dopo aver abolito la soglia di sbarramento: utili però solo se il partito di ottenesse una maggioranza assoluta in seggi, perché successivi governi di coalizione – con o senza l’Akp – segnerebbero una battuta d’arresto del processo riformista e presumibilmente della crescita economica. Una nuova costituzione, che rimpiazzi quella di stampo autoritario del 1982 e renda meno complesso il sistema politico, rimane in ogni caso la priorità assoluta: nello scorsa legislatura, però, le quattro forze politiche confermate il 7 giugno in Parlamento non sono state in grado di trovare soluzioni o compromessi.

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