Erdoğan, Davutoğlu e il successore

ErdoganDavutoglu

(già pubblicato sul mio blog “Cose turche” di Look Out news)

Il 22 maggio il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) eleggerà il suo nuovo leader, destinato a diventare anche il nuovo primo ministro. La scorsa settimana, infatti, si è consumata la definitiva rottura tra Tayyip Recep Erdoğan e Ahmet Davutoğlu: che proprio il presidente aveva scelto come suo successore alla guida del governo, nell’agosto 2014.

La crisi è stata fulminea, ma le sue cause sono ben sedimentate: di natura sia politica, sia personale. La più importante è stata senz’altro – al di là dei contenuti – la rivalità che si è scatenata tra i due leader, il primo fondatore e capo carismatico del partito e il secondo legittimato dalla forte vittoria nelle elezioni del 1° novembre. Dopo una prima fase di assestamento, infatti, Davutoğlu ha cercato di ritagliarsi una sfera sempre maggiore di autonomia: sia nella scelta delle decisioni della compagine ministeriale (economia, ma anche sicurezza), sia nell’amministrazione del partito a scapito delle preferenze e degli uomini del presidente, sia nei rapporti con i vertici europei e americani. Erdoğan ha sofferto questo attacco alla sua popolarità e leadership: e non è un caso se la defenestrazione di Davutoğlu – ormai diventato interlocutore privilegiato della Merkel e dell’Ue anche di fronte alle telecamere – è deflagrata prima di un suo viaggio a Washington, col timore in ambito presidenziale di iniziative politiche nei confronti dell’organizzazione terroristica Pkk (Erdoğan è invece per la linea durissima). Insomma, è stato considerato una sponda – quanto inconsapevole? – per chi cerca di limitare il potere e le iniziative del fondatore dell’Akp.

I nomi che si fanno per la successione sono tutti di alto profilo e tutti fedelissimi del presidente: il ministro della giustizia ed ex vice premier Bekir Bozdağ, il ministro di lungo corso dei trasporti Binali Yıldırım, il vice premier ed ex leader del Partito della felicità (islamista) Numan Kurtulmuş – oltre all’outsider Berat Albayrak, giovane ministro dell’energia e genero di Erdoğan. Al di là della personalità prescelta, l’obiettivo è duplice: mantenere un ferro controllo sul partito, sia al centro sia nelle periferie; avviare immediatamente una riforma del sistema politico attraverso una nuova costituzione, così da formalizzare la transizione al presidenzialismo fortissimamente voluta da Erdoğan e sostenuta con poco entusiasmo da Davutoğlu.

L’ideologo della politica estera turca ha abbandonato – su richiesta esplicita del presidente – evitando polemiche pubbliche e sfide velleitarie: non dispone di una base elettorale forte, le sue fortune sono dipese dalle scelte dei suoi protettori politici Erdoğan e Abdullah Gül. Rimarrà deputato, forse tornerà a fare il professore universitario o potrebbe essere destinato a prestigiosi incarichi internazionali: ma con ogni probabilità, la sua parabola politica si è definitivamente conclusa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.