Erdoğan, la democrazia e l’unità nazionale

Ieri, a Istanbul, Erdoğan e le forze politiche rappresentate in parlamento (con un’eccezione di cui dirò dopo) hanno celebrato la giornata della democrazia e dei martiri del 15 luglio: una risposta di piazza al golpe gülenista a cui hanno partecipato almeno un paio di milioni di persone, a cui vanno aggiunte quelle scese in piazza nelle altre città turche.

Cumhurbaşkanı Recep Tayyip Erdoğan, İstanbul'un fethinin 563. yıl dönümü dolayısıyla Yenikapı Miting Alanı'nda düzenlenen "Fetih Şöleni"ne katıldı. ( Kayhan Özer - Anadolu Ajansı )

Ma il miting – come si dice in turco – del 7 agosto è stato il coronamento di 3 settimane “diverse”. Mentre i media occidentali erano concentrate sulla risposta giudiziaria al golpe e su presunti fenomeni di “islamizzazione” così da continuare a offrire un’immagine negativa del paese (sono andati a intervistare le famiglie dei golpisti arrestati, non quelle delle vittime civili), la Turchia – ed è questa la novità di cui i colleghi avrebbero dovuto tener conto! – ha reagito compatta e ha immediatamente attivato un processo di riconciliazione che fa ben sperare per il suo futuro. Come ho già scritto, tutte le forze politiche presenti in parlamento hanno condannato il golpe; Erdoğan ha incontrato al palazzo presidenziale i leader dei tre maggiori partiti e sono state avviate consultazioni per riforme costituzionali condivise, capaci di neutralizzare una volta per tutte scorciatoie militari al potere. Ieri non solo Kılıçdaroğlu (Chp, kemalista) e Bahçeli (Mhp, nazionalista) erano presenti alla manifestazione, ma – cosa del tutto inedita – hanno pronunciato dei discorsi.

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Certo, bisogna poi vedere se questo clima costruttivo continuerà oppure se torneranno a prevalere le rivalità, le ostilità, le incompatibilità che negli ultimi 14 anni hanno reso precario il processo riformista (la Turchia deve ancora liberarsi della costituzione autoritaria del 1982, frutto del golpe del 1980) e l’avvicinamento all’Europa. Spero in ogni caso che il leader del Chp si sia reso finalmente conto che le sue posizioni oltranziste e delegittimanti nei confronti del presidente hanno finito per indebolire la Turchia, hanno pesantemente minato la sua immagine internazionale: le critiche utili e necessarie in ambito democratico sono infatti cosa ben diversa dalla pesante opera di demonizzazione di cui sono stati bersaglio Erdoğan e l’Akp (il Chp si è spinto fino a fare da sponda ai nemici esterni della Turchia). Invece, le forze politiche turche dovrebbero far fronte comune almeno nei confronti del resto del mondo: un’iniziativa congiunta in questo senso da parte dei quattro leader politici presenti a Yenikapı sarebbe di estrema utilità.

Ultima annotazione. In questo processo di rinconciliazione nazionale c’è un grande assente, Demirtaş: il leader del partito filocurdo e della sinistra radicale, l’Hdp. Il motivo? Molto semplice: Erdoğan chiede una presa di posizione definitiva e netta contro l’uso della violenza da parte dell’organizzazione terroristica curda Pkk, Una richiesta che a me sembra del tutto legittima. Sta a Demirtaş decidere se vuol contribuire a costruire una nuova e migliore Turchia o provare a distruggerla (con tutte le conseguenze politiche e personali prevedibili).

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