Erdoğan in Cina

ErdChina

Riproduco anche qui il mio nuovo post del blog di “cose turche” che tengo per LookOut News

All’inizio di luglio, in pieno ramadan, a Istanbul si è scatenata un’ondata di odio anti-cinese promossa da ambiti ultra-nazionalisti, con un paio di aggressioni a cittadini asiatici – non cinesi, ma l’importante è che avessero gli occhi a mandorla – in zone di alta affluenza turistica. Tutto perché la stampa turca aveva cominciato a pubblicare reportage sulle discriminazioni subite – obbligati a mangiare durante il mese di digiuno, per l’appunto – dagli uiguri turcofoni e musulmani dello Xinjiang cinese, noto anche come Turkestan orientale.

Dopo pochi giorni, si è però capita la vera causa di quanto accaduto: la campagna mediatica ha esagerato l’accaduto, aveva come scopo reale mettere in difficoltà il presidente Erdoğan – creando tensioni tra Cina e Turchia – alla vigilia del suo viaggio compiuto la scorsa settimana in Cina, in Indonesia e brevemente in Pakistan.

La Turchia è presidente di turno del G20, contrariamente a chi la considera “isolata” solo in virtù dei rapporti nulli o difficili con alcuni vicini (Siria, Israele, Armenia, Egitto) continua nella sua politica a 360°, a caccia di spazio politico e di opportunità economiche dovunque esse si trovino: libera perciò, da antiquati schemi e vincoli artificiosi propri della Guerra fredda.

Dal viaggio sono scaturiti due temi: il sostegno convinto di Ankara all’iniziativa cinese di nuova via della Seta, come si evince anche dalla partecipazione alla Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture; l’idea di accordo di libero scambio con Giakarta, già partner proficuo nella Mikta (Messico, Korea del sud, Australia, per l’appunto Turchia e Indonesia), l’organizzazione molto informale che riunisce medie e ambiziose potenze.

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