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Erdoğan, l’Isis e le “prove” di Putin

Russia's President Vladimir Putin (L) speaks with Turkey's Prime Minister Recep Tayyip Erdogan in Istanbul on December 3, 2012. Putin arrived in Istanbul on December 3 for a landmark visit due to focus on resolving differences with Turkey over the 20-month crisis in war-ravaged Syria. AFP PHOTO / POOL / TOLGA BOZOGLU (Photo credit should read TOLGA BOZOGLU/AFP/Getty Images)

Tornano ciclicamente a circolare degli articoli che parlano di presunte “prove” sul sostegno dato dalla Turchia all’Isis, messe in circolazione soprattutto da siti propagandistici putinisti, scatenati da quando – il 24 novembre 2015 – un jet russo venne abbattuto dall’aviazione turca al confine turco-siriano. Articoli privi di riscontri oggettivi, con nessi causali e logici del tutto inesistenti, basati su testimonianze rigorosamente anonime e dichiaratamente di parte: nonostante ciò presi per oro colato persino da celebrati giornalisti italiani, o almeno da quelli di provata fedeltà putinista.

L’ultimo è quello pubblicato da AsiaNews, un’agenzia di stampa cattolica da sempre turcofoba e islamofoba, dal roboante titolo “Isis, Turchia e petrolio: i documenti sui legami fra Ankara e lo Stato islamico“, basato su “documenti abbandonati da miliziani dello Stato islamico (SI) in ritirata nel nord della Siria, e ritrovati dai combattenti curdi“. Combattenti curdi? E questi “combattenti curdi” – immagino siano i Ypg, una costola dell’organizzazione terroristica Pkk attiva in Turchia dal 1984 – non hanno magari un interesse a mettere la Turchia – loro nemico – in cattiva luce? Continuiamo nella lettura, comunque: “a denunciarlo è una inchiesta approfondita di RT“. E cos’è di grazia RT, che in modo mistificatorio AsiaNews chiama “canale satellitare russo”? RT, già Russia Today, è effettivamente un canale satellitare russo: ma è soprattutto un canale ufficiale interamente controllato dal governo, un governo autoritario.

Sono curioso, però: in cosa consistono le prove?Alcuni dei documenti finiti nelle mani dei combattenti curdi riportano voci dettagliate, compilate dai miliziani dello SI, relative ai proventi del petrolio dei pozzi e delle raffinerie, oltre che il volume totale delle estrazioni. Ciascun fascicolo contiene in cima alla pagina il simbolo dello SI. Ogni voce comprende il nome dell’autista, il veicolo utilizzato, peso del mezzo – vuoto e a pieno carico – oltre che il prezzo di vendita e il numero della fattura. Una di queste è datata 11 gennaio 2016 e rivela che lo SI ha estratto circa 1.925 barili dal pozzo di Kabibah, vendendoli per 38.342 dollari.” E la Turchia? Cosa c’entra la Turchia in tutto ciò? Quali documenti ne provano il coinvolgimento? Stranamente, la clamorosa inchiesta esclusiva di RT non ce lo dice!

Proseguiamo: e scopriamo che prove documentali non esistono e che invece l’inchiesta si basa su “testimonianze”. Testimonianze dall’attendibilità tutta da dimostrare e comunque mai dirette: “civili della zona, costretti a lavorare per l’industria petrolifera dell’Isis sotto minaccia“, che fanno riferimento a mediatori “che spesso parlavano della Turchia”; un prigioniero turco già dell’Isis, che sostiene che “le autorità di Ankara non potevano non sapere“. Siamo al teorema, insomma 🙂

Ricapitoliamo in cosa consistono le prove: documenti che non fanno cenno alla Turchia, civili che riferiscono vaghe affermazioni di mediatori, le ancora più vaghe riflessioni di un “prigionero turco”. Dico: ma com’è possibile che chi si occupa professionalmente di informazione dia un qualsivoglia valore a questo prodotto propagandistico tra l’altro confezionato malissimo, perché del tutto privo di riscontri fattuali?

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