G20, è il momento di Ankara

CT(già pubblicato sul mio blog “Cose turche” di Look Out news)

Il primo dicembre, e poi per tutto il 2015 fino al vertice di Antalya del 15 e 16 novembre, la Turchia assumerà la presidenza di turno del G20: una grande occasione per rilanciare il suo ruolo internazionale. Dopotutto, Ankara lo predilige come meccanismo di consultazione e decisione internazionale: contrapponendolo per la sua maggior inclusività e per l’assenza di gerarchie ai 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza (lo slogan, lanciato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan e rilanciato dal premier Ahmet Davutoğlu: “the world is bigger than five”).

Proprio l’ex capo della diplomazia turca, che dal 2003 ha ispirato e poi diretto la politica estera del Paese, parlando alla Griffith University in occasione del summit del G20 di qualche giorno fa in Australia ha di nuovo reso manifeste le ragioni di questa predilezione: l’informalità e la flessibilità (“una piattaforma e non un’organizzazione, perciò priva di burocrazia”), la libertà di fissare l’agenda al di fuori di regole e procedure troppo rigide, la necessità di dialogo e consenso tra i membri, la maggior rappresentatività e democraticità rispetto al Consiglio di Sicurezza (“nessuno ha il diritto di veto”).

Nel suo discorso, Davutoğlu ha anche esplicitato le sette priorità della presidenza turca: lo sviluppo, grazie anche alla partecipazione al vertice di Antalya dei “Paesi meno sviluppati” (i Less Developed Countries, LDCs, di cui la Turchia assicura il coordinamento fino al 2020); il commercio internazionale, motore dello sviluppo e presupposto del dialogo inter-culturale, per il sostegno del quale sono necessarie nuove liberalizzazioni; la lotta alla disoccupazione su scala globale; il riconoscimento di un ruolo speciale nello sviluppo alle piccole e medie imprese; l’energia, con l’obiettivo di assicurarne i benefici a tutti (anche a chi vive oggi senza elettricità); nuove forme di finanziamento – credito islamico, coordinamento delle banche multilaterali – per lo sviluppo; politiche condivise per fronteggiare i cambiamenti climatici. Come d’abitudine, un’agenda ambiziosa e potenzialmente incisiva: ma chi saprà, e vorrà, dare un contributo per renderla efficace?

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