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Hagia Sophia era una volta tutta bianca

Hagia Sophia

(mia recensione, pubblicata su Il Giornale dell’Arte di giugno 2019, di Hagia Sophia in Context. An Archaeological Re-examination of the Cathedral of Byzantine Constantinople, di Ken Dark e Jan Kostenec, Oxbow Books)

Mentre la politica dibatteva sull’opportunità di ritrasformarla da museo a moschea, i ricercatori hanno continuato a svelare i segreti del suo passato. La cattedrale fatta costruire da Giustiniano nel VI secolo sulle rovine di due precedenti basiliche, divenuta luogo di culto islamico col nome di Ayasofya dopo la conquista ottomana di Costantinopoli nel 1453, è l’oggetto di un nuovo, pregevole lavoro: Hagia Sophia in Context. An Archaeological Re-examination of the Cathedral of Byzantine Constantinople, pubblicato da Oxbow Books.

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Il libro è il rapporto finale delle ricerche condotte dai due archeologi Ken Dark e Jan Kostenec tra il 2004 al 2018. Come il titolo rende chiaro sin dal principio, si tratta di un nuovo esame – un esame definito archeologico, anche in assenza di nuovi scavi – che per la prima volta analizza quella che era allora la più grande chiesa al mondo nel contesto circostante.

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Quest’area, di cui sono oggi visibili solo poche tracce, era invece importantissima perché ospitava il prestigioso palazzo del patriarca: ed è un merito dei due autori averne ricostruito l’impianto complessivo e di averlo messo in relazione alle residenza imperiale, alla zona monumentale pubblica dell’Augustaion, all’acropoli già di Byzantion. Hagia Sophia, insomma, non era solo una chiesa ma anche un centro amministrativo e il simbolo del potere anche religioso degli imperatori.

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Perché Dark e Kostenec parlano di esame archeologico? E cos’altro hanno scoperto? Innanzitutto, un decennio di restauri ha reso di nuovo visibili frammenti di antichi mosaici e affreschi in precedenza coperti da intonaco e accessibili elementi architettonici grazie alle impalcature (a volte, solo a distanza); in più, hanno potuto rivalutare di persona vecchi scavi degli anni ’30, pubblicati in modo poco sistematico.

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Nel corso delle loro ricerche, ad esempio, si sono resi conto che Hagia Sophia era in origine tutta rivestita di marmo bianco, così da renderla particolarmente luminosa e visibile a grande distanza. Hanno poi individuato, attraverso un disco in porfido sul pavimento originario di un vestibolo, il luogo dove l’imperatore si collocava durante alcune cerimonie liturgiche. Hanno localizzato il grande battistero, riservato al battesimo di membri della famiglia imperiale. Hanno proposto una ricostruzione del grande salone del palazzo patriarcale comprensivo di biblioteca ad un livello inferiore. Hanno in buona sostanza riscritto la storia di questo celebre monumento, così da cambiare radicalmente le conoscenze sulla sua topografia, sulle sue funzioni, persino sul suo aspetto esteriore.

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2 Risposte a “Hagia Sophia era una volta tutta bianca”

    1. in realtà, è notizia vecchia! nel senso. che i negoziati su questo accordo sono partiti già subito dopo il referendum del 2016 (Boris Johnson – di origini in parte turche – era ministro degli esteri…)

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