Il 19 gennaio a Istanbul (e Hrant Dink)

Il 19 è, per Istanbul e per la Turchia, una giornata molto speciale. Nessuna festa, né religiosa né statale; la ricorrenza è un’altra, purtroppo tragica: l’anniversario della morte di Hrant Dink, il giornalista turco-armeno ucciso nel 2007 da gruppi ultra-nazionalisti. In realtà, non voglio parlarvi né di politica né di processi: per farvi capire come stanno le cose occorrerebbe un post infinito, in ogni caso non è questa la sede adatta; però, chi sarà dalle parti di Taksim e Harbiye/Osmanbey un qualsiasi 19 gennaio s’imbatterà sicuramente in una fitta folla di decine di migliaia di persone: è utile sapere di cosa si tratta.

Hrant Dink, in effetti, non lo conoscevo prima del 2007: ne ho sentito parlare per la prima volta – a quel tempo vivevo a Parigi – proprio il giorno della sua morte e dei suoi funerali. Era un giornalista, direttore del settimanale turco-armeno Agos che lui stesso aveva fondato nel 1996 (sì, in Turchia le comunità etniche tradizionali hanno le loro pubblicazioni ufficiali: in armeno, in greco, in ebraico; in passato ne esistevano anche in francese e in italiano); il suo grandissimo merito è stato quello di aver fatto conoscere all’opinione pubblica l’esistenza della comunità armena di Turchia: i sopravvissuti degli omicidi di massa del 1915, le poche decine di migliaia che vivevano apertamente come armeni e quelli più numerosi che – per sfuggire ai massacri – erano diventati (non sempre spontaneamente musulmani). La morte di Hrant Dink ha rappresentato una scossa per la società civile turca: che ha reso più decise e visibili le richieste di più diritti e dignità per tutte le minoranze – musulmane e non-musulmane – che compongono la variegata popolazione di questo paese.

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Un gruppo di persone – si fanno chiamare “gli amici di Hrant” – ogni anno organizza una marcia per commemorare Hrant Dink: da piazza Taksim alla sede di Agos poco distante, sotto la quale – in pieno giorno! – il giornalista venne ucciso da un 17enne con un colpo di pistola a bruciapelo. Gli slogan, scritti in 3 lingue (turco, armeno, curdo): “siamo tutti armeni“; “per Hrant, per la giustizia“; “noi siamo qui, fratello“. C’è chi ha provato a ribattezzare “viale Hrant Dink” l’attuale “viale Ergenekon” – luogo della mitologia turca, ma anche il nome dato alla galassia ultra-nazionalista responsabile dell’omicidio – beffardamente lì vicino: almeno per un giorno.

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