Il Pkk e il rischio terrorismo in Turchia

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(già pubblicato sul mio blog “Cose turche” di Look Out news)

Negli ultimi giorni ne ho lette di tutti i colori: la Turchia che bombarda non il Pkk ma “i curdi”, il PKK che non figura mai come “organizzazione terroristica” (riconosciuta come tale da Usa e Ue) sulla stampa orientata a sinistra, i negoziati di pace interrotti dal governo di Ankara e non dagli omicidi di poliziotti e soldati turchi da parte dei miliziani curdi.

Per l’appunto, prima con un comunicato in cui se la prendevano con la costruzione di dighe e strade nel sud-est a maggioranza curda e poi con azioni concludenti (il pretesto, l’attentato dell’Isil a Suruç), il Pkk e la galassia politica che vi ruota attorno ha dichiarato esplicitamente già l’11 luglio di rinunciare al cessate il fuoco in vigore da 3 anni, ben prima perciò dell’inizio dei bombardamenti dell’aviazione turca: che hanno colpito posizioni e campi di addestramento in zone montagnose sia nel nord dell’Iraq, sia all’interno dei confini. Inoltre, è stato sempre il Pkk a non accettare l’invito al disarmo lanciato a marzo dal suo storico leader Öcalan, in prigione su di un’isoletta del mare di Marmara.

D’altra parte, la crisi è un duro colpo per il presidente Erdoğan, che sulla pacificazione del sud-est ha investito molto del suo capitale politico: così da promuoverne lo sviluppo economico e rafforzare le dinamiche di crescita nel paese, così da rilanciare il processo di definitiva democratizzazione da consolidare attraverso una nuova costituzione.

La mancanza di un governo legittimato dalle urne, le difficili trattative per formare una coalizione, lo spettro di elezioni anticipate rendono al momento difficile capire cosa potrà accadere nei prossimi mesi: se cioè il processo di pace potrà riprendere, ovviamente in altre forme.

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