Istanbul ebraica e la famiglia Camondo

C01Qualche settimana fa, sono finalmente riuscito a scovare il mausoleo di Abraham-Salomon Camondo: uno dei più importanti esponenti della dinastia di banchieri ebrei di Istanbul, poi emigrata a Parigi. Le tracce del loro passato glorioso – in termini economici, politici, culturali – sono evidenti sia sulla Senna, sia sul Bosforo: come le omonime scale davanti al museo SALT a Galata, come per l’appunto la sua tomba monumentale di fine ottocento – nel cimitero ebraico di Hasköy, sul Corno d’oro – restaurata nel 2010 quando Istanbul è stata capitale europea della cultura. Purtroppo, anche se sono passati solo 4 anni le condizioni del monumento sono pessime, in stato di quasi totale abbandono: non è facilissimo raggiungerlo, si trova isolato al di là della strada su cui passa il metrobus. Tutt’attorno, ci sono poi altre lapidi: una in “giudeo-ispanico”, la lingua degli ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492 che si rifugiarono nell’Impero ottomano.

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Qui sotto, trovate invece il testo di un mio vecchio articolo che parla di una mostra dedicata nel 2009-2010 alla famiglia Camondo:

Un destino eccezionale e tragico, fino all’estinzione. Lo ha forgiato – e poi subito – la famiglia ebrea, ottomana, italiana e francese dei Camondo. “Lo splendore dei Camondo. Da Costantinopoli a Parigi, 1806-1945”, in programma dal 6 novembre 2009 fino al 7 marzo 2010 presso il Museo di arte e di storia dell’ebraismo a Parigi, nell’ambito delle attività della Saison de Turquie, ripercorre le vicende delle ultime cinque generazioni della famiglia istanbuliota: tra due secoli e due continenti, tra impegno filantropico e mecenatismo culturale – fino ad Auschwitz.

La mostra racconta innanzitutto l’invidiabile percorso individuale – insieme ai drammi e alle sventure – di Abraham-Salomon, di Salomon-Raphael, di Abraham-Behor e Nissim, di Isaac e Moise, di Nissim e Beatrice. Le cinque generazioni dei Camondo, banchieri di Istanbul: che scacciati a metà del ‘700 dal Sultano di turno, per motivi ignoti ma probabilmente finanziari, si rifugiano a Trieste ma tornano dopo pochi anni nella capitale dell’Impero ottomano (il Sultano era ovviamente cambiato). Già nel 1802 nasce infatti la Banca Camondo, gestita dal capostipite Salomon-Jacob e dai figli Isaac e Abraham-Salomon. Dopo la morte del fratello, sarà quest’ultimo a ereditare l’istituto di credito e a trasformarlo in uno dei più importanti di tutto il Vicino oriente. Le sue abilità finanziarie lo fanno diventare banchiere privilegiato dei Vizir, gli fruttano il soprannome di “Rothschild d’Oriente” e gli consentono di partecipare allo sviluppo economico della Turchia e a quello urbanistico di Istanbul (specialmente del quartiere europeo di Pera). Sono una conferma eloquente della tolleranza che nell’Impero ottomano ispirava i rapporti tra i sovrani musulmani e le minoranze etno-religiose. I documenti, i ritratti, gli oggetti raccolti nella prima parte della mostra, oltre a ripercorrere le vicende dei Camondo – la loro micro-storia, potremmo dire – offrono infatti anche lo spunto per una mirabile ricostruzione del contesto storico in cui ha operato una famiglia fortemente impegnata nel sociale, soprattutto all’interno della comunità ebraica. I Camondo sono filantropi: e da ammiratori dei Lumi, oltre a finanziare scuole e ospedali, cercano l’emancipazione degli ebrei nella modernità e nel progresso, istituendo e poi gestendo la prima scuola della comunità in cui si insegnano il francese, il turco e le materie scientifiche; fondando il Comitato regionale dell’Alleanza israelitica universale; creando, a causa di dissidi profondi coi rabbini ortodossi, la Comunità israelitica-Italiana di Istanbul.

Nelle parole dell’ambaciatore di Turchia a Parigi nella prefazione de catalogo (edito da Flammarion), i Camondo «hanno costituito una forza per il progresso sia della comunità ebraica, sia dell’Impero nel suo insieme». E hanno militato anche per l’Unità d’Italia, abbracciando la cittadinanza italiana fin dal 1865 (erano in precedenza soggetti dell’Impero austriaco) e sostenendo generosamente la monarchia sabauda: al punto che Vittorio Emanuele II conferì il titolo di conte ad Abraham-Salomon Camondo (il diploma è presente nella mostra). Nel 1868 i Camondo decidono di lasciare Istanbul, che comincia a stargli stretta, per diventare compiutamente europei, anche nei ritratti esposti – senza però abbandonare mai del tutto l’identità orientale. Non si trasferiscono però in Italia, ma a Parigi. Il successo negli affari è immediato, nel giro di pochi mesi diventano i banchieri dell’Imperatrice Eugenia e si tuffano nell’avventura del canale di Suez. Scoppia la guerra, quella franco-prussiana; scoppia soprattutto la passione per l’arte. Dopo Nissim, Isaac e Moise diventano eccezionali collezionisti: e il merito della mostra, nella seconda parte, è quella di presentare alcuni dei pezzi più interessanti della raccolta di Nissim, esposti per 50 anni al Louvre e poi dispersi anche in altri musei parigini: porcellane, mobili del XVIII secolo, stampe giapponesi, sculture del Rinascimento, capolavori impressionisti (Manet, Degas, Monet, Cezanne). Suo cugino Moise allo Stato francese dona invece la sua splendida abitazione privata, che si affaccia sul parco Monceau, insieme collezione di arte del ‘700 francese che ospita: dopo la morte durante la Grande guerra del figlio Nissim, aviatore – la prima tragedia, nel 1917, che portò Moise a chiudere la banca. Sarà poi la sorella di Nissim, Beatrice, a morire nei campi di sterminio – nella più grande delle tragedie del ‘900 – insieme al marito e ai due figli. Gli ultimi dei Camondo.

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2 commenti su “Istanbul ebraica e la famiglia Camondo

  1. francesco il said:

    Giuseppe sei fantastico mi stai facendo troppo appassionare dei tuoi racconti molto interessante a me piacciono quelle storie con quel velo di mistero e vero quando dicono cosa da turchi chissa quante altre storie ci sono in questa citta piena di mistero ti saluto Francesco patti

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