Istanbul polacca

Venerdì mattina ho partecipato a una visita guidata nei luoghi di Istanbul abitati – soprattutto nel XIX secolo – da esuli polacchi: quest’anno ricorre il 600° anniversario dei rapporti diplomatici tra la Turchia e la Polonia (la prima missione diplomatica venne inviata dal re polacco Ladislaus Jagiello alla corte di Mehmed I a Bursa, nel 1414), sono stati organizzati molti eventi culturali e la passeggiata a Beyoğlu era tra questi. Ho però scoperto che questi luoghi – soprattutto caffè – non esistono più; perfino l’edificio della storica legazione diplomatica è andato in cenere: e oggi rimane solo l’abitazione del poeta nazionale Adam Mickiewicz – morì a Istanbul durante la guerra di Crimea, nel 1855 – a Dolapdere, ma gli oggetti esposti sono così poco che non vi consiglio di andarci.

Vi starete però chiedendo: ma cosa ci facevano tutti questi polacchi – a migliaia, tra i quali artisti e intellettuali ospiti della corte imperiale – in Turchia? Il loro paese, nel 1795, era stato cancellato dalla carta geografica per mano della Russia, della Prussia e dell’Austria: avevano bisogno di un posto sicuro dove fare politica e i sultani erano gli unici che non avevano riconosciuto il fatto compiuto della spartizione. Sembra strano, ma è così: i musulmani turchi aiutarono nella loro lotta di sopravvivenza i cattolici polacchi; ma non bisogna dimenticare che avevano uno stesso, acerrimo nemico: la Russia degli zar! Gustosa curiosità, probabilmente apocrifa (cioè, fasulla): a Istanbul è sempre rimasto un rappresentante diplomatico polacco che però era stipendiato dal sultano, per non irritare il collega russo ai ricevimenti a palazzo pur essendo ufficialmente invitato non si presentava mai e il capo del cerimoniale ne decretava pubblicamente l’assenza in ragione di non meglio precisati “impedimenti” lungo il tragitto.

Ad ogni modo, se le tracce fisiche della Istanbul polacca sono ridotte ai minimi termini, la grandiosa mostra inaugurata qualche giorno prima al museo Sakıp Sabancı è invece imperdibile per chi vuole scoprire la dimensione storica, artistica e culturale più ampia di sei secoli di rapporti regolarmente amichevoli e solo occasionalmente conflittuali. Il titolo della mostra dice già tutto: “Vicini lontani, memorie vicine“; rimarrà in programma fino al 15 giugno, le modalità di accesso sono quelle solite del museo che già merita la vostra attenzione – come spiegato in un precedente post – per le sue collezioni e per la sua invidiabile posizione in riva al Bosforo.

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L’inaugurazione ha visto la presenza dei rispettivi presidenti della Repubblica, noi della stampa ci siamo accontentati della direttrice del museo e del ministro della cultura polacca: sicuramente l’artefice principale (anche in termini finanziari) della mostra, che raccoglie circa 350 oggetti provenienti da 34 musei polacchi e da altri turchi. C’è un po’ di tutto, dal XV al XIX secolo: dipinti, mappe, documenti diplomatici, ceramiche, tessili preziosi, vestiti di velluto e seta, oggetti personali di vario tipo, armi, armature, strumenti musicali delle bande militari. Molti oggetti ottomani vennero portati in Polonia da diplomatici e mercanti, affascinati dall’Oriente. La sezione che mi ha davvero entusiasmato è proprio quella dedicata all’assedio di Vienna nel 1683: e la sconfitta ottomana si deve proprio alla cavalleria polacca guidata dal re Jan Sobieski, degnamente rappresentato a cavallo; ma in mostra ci sono per l’appunto armature (degli ussari) e perfino una delle tende ottomane – opportunamente rimontata – prese come bottino dopo la battaglia decisiva.

Un altro personaggio degno di nota è Michał Czajkowski: si convertì all’islam prendendo il nome di Mehmed Sadık Paşa, organizzò la brigata dei “cosacchi ottomani” che partecipò alla guerra di Crimea (1853-1856) in funzione anti-russa; persino il celebre poeta turco Nazım Hikmet ha in realtà origini in parte polacche: suo nonno era infatti lo scrittore Konstanty Borzęcki, che divenne Mustafa Celaleddin Paşa dopo che si fece musulmano (nella seconda metà del XIX secolo). Ulteriore bonus della mostra: il menù d’ispirazione polacca preparato per l’occasione dal ristorante del museo (cucina di grandissima qualità e originalità, vista Bosforo, prezzi conseguentemente elevati).

So che esiste anche un villaggio fondato nel 1842 dal principe Adam Jerzy Czartoryski, dove ancora risiedono un centinaio di diretti discendenti degli esuli polacchi che hanno conservato – almeno in parte – lingua e tradizioni (la popolazione totale è di circa 1000): Adampol o Polonezköy, sulla costa asiatica nella zona di Beykoz; ma ve ne parlerò un’altra volta, solo dopo esserci andato.



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