Tour a Istanbul e turismo da pecoroni

Io detesto il turismo di massa, le folle, i “monumenti principali” (sarebbe più onesto chiamarli “famosi”), la logica del “e che non ci vai?”.

Dico: ma se non ci andate a vedere i monumenti principali e famosi, cosa succede? Vi sentite male? Non si è forse liberi di visitare una città ricercandone le dinamiche di funzionamento (seguendo le vie di comunicazione), i luoghi più suggestivi ma meno affollati, i musei che meglio ne custodiscono e raccontano la storia?

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Un esempio del turismo da pecoroni a Istanbul è un viaggio proposto da un tour operator italo-turco (non è importante specificare chi sono).

La formula prevede 4 giorni in cui si visitano solo ed esclusivamente le attrazioni turistiche, col risultato di farsi un’idea profondamente distorta di cosa è Istanbul.

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Già la descrizione della città si fonda su stereotipi: “Una città dove le magie e le ricchezze dell’Est abbracciano la mentalità curiosa ed aperta dell’Ovest, un mondo dove gli odori del pesce alla griglia e i fumi del caldo the, i colori delle spezie e dei tessuti si fondono in una sensazione di eterna ospitalità“.

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Ma perché sempre con questa storia della “magia”, delle spezie e dei tessuti (e poi, no: salvo che in alcune minuscole zone, odori molesti non ce ne sono!)? Che palle!

E ancora: “Luci, minareti e il canto delle preghiere scandiscono magicamente il tempo e lo spazio.E le chiese? E le sinagoghe? Perché non spiegare che a Istanbul esistono il patriarcato armeno e il patriarcato greco-ortodosso? Che ci sono anche chiese e campanili?

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Soprattutto, in programma c’è la lista completa dei monumenti famosi ma nient’altro! Come si fa ad esempio ad andare a San Salvatore in Chora (meritevole, tra i miei consigli) e ignorare completamente la moschea di Mihrimah – capolavoro cinquecentesco di Mimar Sinan – a 200 metri di distanza? Che senso ha andare a visitare la moschea blu (sempre affollata, architettonicamente modesta) e non mettere piede nel Museo delle arti turche e islamiche proprio di fronte?

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