Itinerario n°4 – Cerrahpaşa e il cuore sconosciuto di Istanbul

AGGIORNAMENTO, Natale 2017: Siamo andati a rifare questo percorso, con l’idea di infiltraci nei complessi religiosi trovati chiusi qualche anno fa. E invece, anche le due moschee più belle e interessanti – Haseki Hürrem e Koca Mustafa Paşa – sono in fase di restauro e quindi inaccessibili; in foto, quella settecentesca e invece aperta di Hekimoğlu Ali Paşa (con parco e caffè ricavati nell’antico cisternone romano).

Oggi vi propongo un altro itinerario che consente di riscoprire zone di Istanbul assolutamente non frequentate da turisti, anche se si trovano a pochissima distanza dai “monumenti principali”. A differenza dei tre precedenti (lungo le mura romane, nei quartieri asiatici, nei quartieri lungo il Corno d’oro di Balat e Fener), questo non l’ho ideato io: per percorrerlo e “verificarlo” mi sono limitato a seguire le indicazioni offerte dalla scrittrice di viaggi Pat Yale, a sua volta ispirata – me in effetti non lo dice – dall’utilissimo libro Strolling Through Istanbul di John Freely. Un itinerario che riserva grandissime sorprese: tra tracce di Costantinopoli e superbi esempi architettonici del periodo ottomano.

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Il punto di partenza è l’antico foro boario (mercato del bestiame) della città romana, ad Aksaray: si può raggiungere o col tram lungo la strada principale di Istanbul/Costantinopoli (la Mese romana, la Divanyolu ottomana e attuale), o col Marmaray scendendo a Yenikapı. Si deve poi imboccare una stradina in leggera salita, Cerrahpaşa caddesi: che è in realtà la continuazione della Mese verso le mura di Teodosio, passando attraverso il foro di Arcadio. Prima tappa, la moschea che dà il nome al quartiere: fatta costruire a fine ‘500 dal barbiere/chirurgo – cerrah, in turco – che circoncise i figli del sultano Solimano (è quella che si vede sulla collina appena usciti dalla stazione di Yenikapı) e venne nominato in seguito gran vizir (primo ministro).

Proseguendo lungo la strada principale (vi ripeto, è abbastanza stretta: è il tracciato della strada romana, semplicemente asfaltata), dopo forse un centinaio di metri bisogna girare a destra e prendere Haseki Kadın Sokağı: la piazzetta è per l’appunto il foro di Arcadio, di cui rimane – impressionante nelle dimensioni – il basamento della colonna trionfale dell’imperatore e che poi divenne il mercato delle schiave (Avrat Pazarı). Poco più avanti, due grandi complessi social-religiosi praticamente contigui: i külliye – moschee attorniate da scuole, mense per i poveri, ospedali e altro ancora – fatti costruire da Bayram Paşa e Haseki Hürrem, quest’ultima meglio nota come Roxelana (la moglie di origini ucraine di Solimano); il primo – seicentesco – non è purtroppo visitabile, del secondo si può vedere solo la moschea vera e propria: un edificio costruito a metà del ‘500 dal celebre architetto Mimar Sinan, a cui è stato successivamente affiancato un edificio simmetrico (è una moschea doppia: i due edifici gemelli sono comunicanti, danno vita a uno spazio unico diviso solamente da due colonne).

Sempre avanti: la strada di prima – Haseki Kadın Sokağı – diventa Hekimoğlu Ali Paşa caddesi, dove si trova l’omonima moschea fatta costruire da uno dei tanti gran vizir ottomani; una moschea settecentesca in cui si trovano elementi del nuovo stile barocco: soprattutto all’interno, che troverete estremamente diverso – nelle decorazioni – da quello delle moschee classiche cinquecentesche e seicentesche. Ulteriore attrattiva: l’adiacente cisterna romana di San Mocius (o Mokius), un gigantesco serbatoio all’aperto che – in precedenza abbandonato e utilizzato come parcheggio – è stato recentemente trasformato in parco comunale con annesso caffè. Da lì, bisogna tornare sulla mese, che è una parallela: il percorso è in effetti un po’ tortuoso, ma una buona mappa (seria, di carta: google maps è un disastro!) vi ci condurrà. Ma solo dopo essere passati per la moschea di Ramazan Efendi: è l’ultima moschea costruita da Mimar Sinan a fine ‘500, un’aula dalla pianta rettangolare con tetto in legno (ma in origine c’era una cupola, distrutta da uno dei tanti terremoti che hanno colpito Istanbul nel corso dei secoli), abbellita da fantastiche maioliche di Iznik alle pareti.

Un piccolo sforzo e il gran finale è poco più avanti, per l’appunto lungo la Mese: è la moschea di Koca Mustafa Paşa, in origine il monastero e la chiesa di Sant’Andrea in Krisei; rimane solo la chiesa, trasformata in moschea dopo la conquista ottomana: a pianta basilicale, con la mihrab che indica la direzione della Mecca posta sull’asse lungo e non nell’abside (l’orientamento del luogo di culto ha in sostanza subito un cambiamento di 90°). Sono entrato al momento della preghiera del venerdì, devo controllare se è accessibile anche durante il resto della giornata (il dubbio mi è venuto perché dopo essere usciti la porta è stata chiusa a chiave). Nei pressi, c’è la tomba del famosissimo predicatore Sümbül Efendi che attrae quotidianamente fedeli: il suo nome vuol dire giacinto, del fiore e del suo colore ci sono evidenti testimonianze al suo interno.

Per tornare ad Aksaray, basta prendere un qualsiasi autobus dalla piazza.

 

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