Kalenderhane Camii, la chiesa bizantina diventata moschea sufi

Una delle mie passioni istanbuliote è la scoperta delle tracce romane dell’antica città romana: alcune sono conosciutissime ai turisti, come Hagia Sofia, l’ippodromo o San Salvatore in Chora; altre meno, come le mura di Teodosio; altre, praticamente sconosciute e comunque ignorate dai tour organizzati: un vero peccato, perché si tratta di tesori artistici che meritano assolutamente una vista.

E non è che stanno chissà dove: la moschea Kalendarhane, in origine la chiesa bizantina di Theotokos Kyriotissa (la Madonna con il bambino in trono), è appena a 10-15 a piedi dal Gran bazar e dalla moschea di Bayezid; raggiungerla è facilissimo: basta seguire la strada attorno all’università di Istanbul, in direzione orari e allontanandosi dal Gran bazar, per poi girare al secondo incrocio a destra. In zona, ci sono anche delle indicazioni: Kalenderhane camii!

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Poi la chiesa-moschea sbuca quasi dal nulla: i tipici mattoni rossi a vista, la pianta a croce greca, il minareto simbolo della trasformazione. In uno dei tanti libri di cui m’impossesso per studiare la storia di Istanbul – questo specificamente sul periodo immediatamente successivo alla conquista ottomana del 1453 – se ne ricostruisce la storia singolare: edificata sui resti di terme romane sul percorso dell’acquedotto di Valente e distrutto due volte, l’edificio attuale risale al periodo tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo e comprendeva anche un monastero (probabilmente dei Domenicani, durante la fase dell’Impero latino fino al 1261: quando la religione ufficiale fu quella cattolica); Maometto II “Il conquistatore” diede la chiesa ai dervisci sufi della confraternita Kalenderi, che la utilizzarono come mensa per i poveri: solo tre secoli dopo divenne una vera e propria moschea.

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L’interno è in condizioni eccellenti, in considerazione del tempo passato e delle traversie che ha subito. L’impressione è quella di stare effettivamente in una chiesa e non in una moschea: la nicchia orientata verso la Mecca (mihrab) e il pulpito per il sermone del venerdì (mimbar) – come vedete, fuori asse rispetto a quello originario della chiesa – aggiungono fascino a un luogo già spettacolare, ma l’identità è stata preservata: un’impressione data soprattutto dalle decorazione marmoree coloratissime, pressoché intatte.

Durante i restauri degli anni ’60, sono stati scoperti anche degli affreschi: un ciclo che rappresenta San Francesco e che potrebbe essere tra le primissime raffigurazioni del santo di Assisi conosciute; sono stati però staccati e portati al museo archeologico, in cui è conservato anche un antichissimo mosaico (VI secolo) sempre rinvenuto durante i lavori: la Presentazione di Gesù al Tempio. E’ rimasto invece nella chiesa, in uno degli ambienti laterali, l’affresco della Madonna col bambino che ne ha permesso la corretta identificazione.

C’è perfino un bonus: il çay (tè turco) offerto direttamente nel nartece dal simpatico custode, che non penso veda troppi turisti.

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