Il caso Khashoggi e la strategia della Turchia (su Aspenia)

Mio nuovo intervento su Aspenia, dedicato stavolta al caso Khashoggi. Come sempre, qui sul blog riporto un paio di paragrafi: l’articolo completo – Le ambizioni turche dopo l’errore saudita – potete leggerlo sul sito della rivista.

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Tra le tante conseguenze politico-diplomatiche che ha avuto, l’affaire Khashoggi ha offerto una nuova occasione alla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdoğan per accreditarsi come forza ragionevole e affidabile sulla ribalta internazionale, e come alleato imprescindibile dell’Occidente nel garantire stabilità all’area mediorientale.

Quest’occasione si è presentata in modo inaspettato, scaturita dall’assassinio del giornalista e dissidente saudita nel consolato d’Arabia a Istanbul il 2 ottobre. Ma le autorità turche sono state abili nel delinearne subito gli aspetti essenziali, nel mobilitare i media internazionali per fare pressione contro Riyad, nel mostrare fermezza chiedendo giustizia per Jamal Khashoggi senza però provocare una crisi bilaterale.

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Il professor Hamid Dabashi, esperto di cinema, sul sito di Al-Jazeera ha paragonato la strategia comunicativa di Ankara allo stile investigativo del “tenente Colombo”: già all’inizio dell’episodio era noto il colpevole, mentre il personaggio interpretato da Peter Falk procedeva nell’inserire i dettagli man mano scoperti in un insieme coerente, presentandoli ad uno ad uno al sospetto per indurlo alla fine a confessare.

Proprio quanto ha fatto la Turchia: rivelazioni continue e sempre parziali per mantenere alta l’attenzione del sistema mediatico, che hanno costretto l’Arabia Saudita a rivedere man mano la propria versione dei fatti. Fino a renderla sempre più simile a quella fornita dai turchi dell’omicidio premeditato (in buona sostanza, a confessare), e quindi a perdere la faccia più e più volte.

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