Kılıç Ali, il calabrese diventato ammiraglio… arabo!

E’ da poco uscito un libricino che dal titolo mi era parso interessantissimo:Enzo Ciconte, Il grande ammiraglio. Storia e leggende del calabrese Occhialì, cristiano e rinnegato che divenne re (Rubbettino, 2018). Me lo sono fatto inviare dalla casa editrice con l’idea di farne una recensione.

Perché interessantissimo? Perché parla di Kılıç Ali paşa: calabrese di Isola Capo Rizzuto (più precisamente, della frazione di Le Castella), rapito dai corsari ottomani a 16 anni quando ancora si chiamava Giovanni Luigi – o Dionigi – Galeni, capace di fare carriera fino a diventare Grande ammiraglio e comandante della flotta ottomana, reso immortale dalla moschea in riva al Bosforo che si fece costruire da Mimar Sinan.

Di questa moschea cinquecentesca ho parlato nel post “Le moschee di Istanbul, Kılıç Ali Paşa a Tophane” (con foto originali a corredo); purtroppo, dopo quell’occasione ho trovato la tomba sempre inesorabilmente chiusa.

Il grande ammiraglio è un libricino di sole 90 paginette, che sono in realtà il riassunto stringato di studi precedenti; in sostanza, non aggiunge nulla a quanto già si sapeva.

Però, ho pensato di leggerlo ugualmente, a caccia di qualche particolare a me ancora sconosciuto. Invece, a pagina 84 l’amara sorpresa.

Vi si legge, infatti, questa frase: “E la moschea, che ancora oggi viene visitata, è la riprova tangibile dell’importanza che la cultura araba assegna a quest’uomo calabrese“.

La cultura… ARABA? E cosa diavolo c’entra la cultura araba con Istanbul e con la Turchia? Non è che magari l’autore ha utilizzato “araba” come sinonimo di “musulmana”? In ogni caso, questo uso improprio da part di uno studioso, di un docente universitario, proprio non me l’aspettavo: ed è il sintomo di quella scarsissima conoscenza dei nostri vicini nel Mediterraneo che genera sospetti, fraintendimenti, repulsione e odio.

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