Le isole di Istanbul, Kınalıada

A Istanbul è ancora autenticamente estate: sole, 30°, niente trombe d’aria. E allora, ieri ne abbiamo approfittato per una giornata in tutto relax alle isole dei Principi; non Büyükada, la più grande e la mia preferita, ma le più piccole: oggi vi parlo di Kınalıada, a breve di un’altra ancora (in tutto sono 9, solo 5 attualmente abitate).

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Kınalıada prende il suo nome dalla falesia di arenaria – rossastra – che si getta nel mare di Marmara; il nome greco però è Proti: la prima, la più vicina all’allora Costantinopoli da dove venivano inviati imperatori e generali caduti in disgrazia (anche Diogene, sconfitto dai turchi selgiuchidi a Manzikert). L’isola è piccola e senza vegetazione d’alto fusto; vi svettano, sui tre picchi alti circa 100 metri, antenne e un antichissimo monastero – per l’appunto luogo d’esilio, dedicato alla Trasfigurazione – trasformato un secolo fa in orfanotrofio.

L’isola è di dimensioni ridotte: grazie a una strada circolare, si può farne il periplo completo a bordo costa: sia a piedi, sia in bicicletta; qualche ardimentoso si inerpica fino al picco del monastero e poi scende velocemente dall’altro versante rispetto a quello del porto e del villaggio, selvaggio e praticamente disabitato. Le abitazioni sono rivolte verso Istanbul, disposte seguendo strade parallele che tagliano la collina; di quelle antiche e lussuose in legno ne sono rimaste però poche: notevoli quelle gemelle dei Sakaryan, di fronte al molo.

Sì, Sakaryan è un nome armeno: e armena è la maggior parte della popolazione che vi risiede d’estate; i greco-ortodossi sono rimasti in due: e durante il resto dell’anno, come ho raccontato dopo la mia prima visita di due anni fa, si fanno la messa da soli. Ieri però, nella chiesa dedicata alla “Nascita della Vergine”, c’era un prete vero e qualche decina di fedeli; ancora più numerosa, poco distante, la congregazione della chiesa armena di San Gregorio. Siamo stati anche al monastero, abbiamo dato un’occhiata alla vecchia chiesa; il complesso è affidato a una famiglia di siro-ortodossi, non ci sono veri e propri orari di visita: ci si presenta al cancello e ci si affida al buon cuore del custode. Pensate che la moschea – in stile poco convenzionale – è stata costruita solo nel 1964.

Per il resto, passeggiate e un bel pranzetto sotto una quercia; da mangiare c’è un po’ di tutto, a prezzi normali: noi abbiamo scelto, in una piazzetta integralmente occupata da tavolini all’aperto, il ristorante Üç Kardeşler: pesce ottimo, di sera diventa un meyhane con musica e rakı‎ a volontà; molte persone, invece, facevano la spesa in loco e se la portavano in “spiaggia” per un pic-nic. Ho messo la parola spiaggia tra virgolette perché sono abituato alla sabbia del Circeo: qui ci sono più che altro piccole distese di sassolini – anche a ridosso del molo dove attraccano le navi da Istanbul – attrezzate con lettini da sole; appena arrivati – da Kabataş, Kadıköy o Bostancı (corse abbastanza frequenti, con la Ido o la Mavi Marmara) – si subisce l’assalto di chi propone trasferimenti in barca alle spiagge – non particolarmente diverse, ma meglio attrezzate – sull’altro versante, soprattutto a quella di Ayazma. L’acqua è trasparente, dappertutto: ma non sempre pulitissima.



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