Massimiliano Parente e i libri turchi

Massimiliano Parente è uno scrittore italiano. Ancora non mi è capitato di leggere qualche suo libro, però so che scrive cose intelligenti (niente a che vedere coi soliti pipponi piagnucolosi e conformisti): e quindi lo seguo su Facebook.

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Stamattina, leggendo delle sue considerazioni sull’industria editoriale in Italia e particolarmente sulle auto-pubblicazioni (cioè, chi pubblica i propri libri autonomamente, senza affidarsi a editori), mi sono imbattuto in questa frase: “Siamo un paese in cui si vendono meno libri in Occidente, meno perfino che in Turchia“.

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Non è interessante, quel “perfino”? Sinceramente non sono al corrente di statistiche sul tema e neanche Parente ne cita: ma perché utilizzare la Turchia come pietra di sfigato paragone? Non è forse questo uno in più dei tanti pregiudizi che affliggono la percezione che se ne ha in Italia (e più in generale nel cosiddetto “mondo occidentale”)?

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Dopotutto, l’attuale Turchia è stata culla di antichissime civiltà e fino a meno di un secolo fa il cuore di un grandissimo e ricchissimo impero; gli stessi sultani del XIX erano letterati, compositori, pittori: tutt’altro livello rispetto ai Savoia, ad esempio. Eppure, nel nostro immaginario l’abbiamo ridotta a paese sottosviluppato, economicamente e culturalmente. Non è arrivato il momento – parlo di istituzioni e mondo imprenditoriale turchi – di elaborare una strategia per combattere e provare a ribaltare queste idee fasulle?

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