Nuruosmaniye, capolavoro del barocco ottomano

Nuruosmaniye

In questi giorni ho recensito per Il Giornale dell’Arte – uscirà nel numero di settembre 2019 – un libro spettacolare su Istanbul e sull’arte ottomana (spettacolare sia per il contenuto, sia per le quasi 300 foto): Ottoman Baroque. The Architectural Refashioning of Eighteenth-Century Istanbul di Ünver Rüstem (Princeton University Press, 2019).

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Senza entrare nei dettagli dell’interpretazione storica (di storia dell’architettura), lo segnalo perché la moschea Nuruosmanye viene presentata come l’edificio fondativo di tutta un’epoca. Quanti di voi la conoscono? Beh, si trova proprio all’ingresso omonimo del Gran bazar, ci passano davanti migliaia e migliaia e migliaia di persone al giorno: eppure ho personalmente visto guide – in testa a mandrie di turisti – passarci a DUE metri di distanza senza però entrarci (dice: “eh, ma non avevano tempo!” vabbè: ma se non avete tempo, perché non ve ne rimanete a casa vostra? mah…).

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Ed è un peccato, un grandissimo peccato: perché la Nuruosmaniye, costruita tra il 1748 e il 1755, è un capolavoro assoluto del barocco ottomano e l’unico esempio di cortile che non ha forma di quadriportico ma ha un quarto lato a semicerchio (linee curve non dritte, come ogni costruzione barocca che si rispetti).

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Le mie foto (alcune invernali, come vedete dai vestiti) dovrebbero rendere dignitosamente bene l’idea della raffinata eleganza delle sue decorazioni quasi cesellate, della sua luminosità incontenibile e accogliente che invita all’imperturbabilità. Come si fa a non considerarla “principale” – coi pecoroni che si accalcano invece tutti nella mediocre moschea blu – rimarrà per me un mistero.

Aggiungo un passaggio del mio articolo:

[…]

Rüstem sostiene che la Nuruosmaniye e le altre moschee sultanali costruite a Istanbul nel cinquantennio successivo – Ayazma, Laleli, Beylerbeyi, Selimiye, la ricostruzione di quelle di Fatih ed Eyüp – rappresentano la volontà della casa regnante ottomana di riformare in profondità le istituzioni imperiali secondo modelli europei, di riaffermare la propria centralità politica attraverso un linguaggio visuale che accoglie la spettacolarità ancor prima della monumentalità.

E spiega però come questi modelli sono stati recepiti non acriticamente ma creativamente e piegati al contesto locale, fondendoli ad esempio con temi di derivazione bizantina e uniformandoli alle necessità cultuali, anche grazie alla mediazione di architetti greci e armeni. Gli ottomani si consideravano a pieno titolo europei, la svolta barocca li ha resi più simili senza dover rinnegare le proprie specificità.

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