I sapori di Istanbul, il simit

Ho parlato due giorni fa dei simit speciali per i giorni di kandil, magari è il caso di parlare direttamente dell’originale: il pane a forma di ciambella venduto in tutte le strade di Istanbul, il simit. E’ bello strutturato, da preferire ovviamente appena sfornato; è ricoperto di semi di sesamo, ma esiste anche una variante – la mia preferita – coi semi di girasole. Accompagna la colazione mattutina con formaggi, pomodori, cetrioli e mille altre cose; è il giusto abbinamento per un çay fortificante.

In genere, costa appena una lira turca: al momento, meno di 50 centesimi di euro. E lo si trova dappertutto, in qualsiasi momento della giornata. Ci sono ad esempio i venditori stanziali – direttamente riforniti dalla municipalità, più volte al giorno – su Bağdat caddesi, sotto casa mia: hanno una vetrinetta per custodirli – quasi fossero reliquie – e sono attrezzati con crema e nutella (nutella originale, non surrogati) per servire chi ha voglia di una colazione volante in attesa del bus o del dolmuş.

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Proseguendo il percorso verso la sponda europea di Istanbul, me li ritrovo – venditori e simit – all’imbarco di Kadıköy: ma si possono acquistare anche a bordo, insieme a bevande calde, succhi di frutta e altri generi di conforto. Colazione veloce anche lì. Non tanto la mattina, ma magari al ritorno, quelli acquistati ma poi non divorati – e diventati coriacei – vengono condivisi coi gabbiani: ogni battello viene puntualmente seguito da orde di pennuti che planano per acchiappare al volo i frammenti di simit che vengono gettati in aria. Le foto si sprecano, i gabbiani sono l’attrazione del viaggio.

Dall’altra parte, il festival del simit: altri stanziali, ambulanti col carrettino sempre con vetrinetta, ambulanti totali che si portano in testa o sulle spalle – in precario equilibrio – quantitativi disumani ma ben impilati. Non c’è manifestazione sportiva, religiosa, culturale senza omino del simit: la foto che vedete è stata scattata nel 2007, in occasione del pellegrinaggio di San Giorgio a Büyükada. Il mio consiglio: provate anche quelli di Simit Sarayı, la catena con ormai 200 punti vendita (anche all’estero) che il simit lo vende farcito e imbottito (formaggio, pomodori/insalata, una salsicciona chiamata sucuk) in ristoranti spartani e spaziosi nei punti strategici di Istanbul – a prezzi modici.

Ho lasciato le notizie storiche per la fine, ma sono terribilmente interessanti; lascio parlare il mio amico – siciliano, ma dagli stretti rapporti con la Turchia – Alessandro Riolo:

“La simit (simit dovrebbe essere considerato di genere femminile, perché la parola con cui si potrebbe tradurre – collura – è femminile) è il pane dei viaggiatori, dei pastori e delle offerte votive in tutto il mondo hellenico da 3 millenni. Ancora oggi, in Sicilia, si possono ancora tranquillamente vedere decoratissime in magnifici altari votivi, ad esempio a Salemi per San Giuseppe, o a Palazzolo Acreide per San Sebastiano: ma era fino a tempi relativamente recenti una tradizione documentata in tutta la Sicilia, così come anche in Calabria. In Siciliano le simit si chiamano cuddhuri, che è una translitterazione dell’Hellenico κουλλούρα (in δημοτική ovviamente κουλούρι, ma ha lo stesso significato, “qualcosa a forma d’anello o di corona”), ed i Siciliani ne hanno decine di ricette, tra cui, oltre quella con il vino cotto e il sesamo bianco, para para a quello Istanbulita, ed una pasquale, che attornia un uovo, ancora molto diffusa. Dall’altra parte del Faro, a Reggio, ne fanno una molto romantica a forma di cuore, che tradizionalmente le fidanzatine o le sposine reggine preparavano per i loro promessi. Mia sorella, sposata ad un Reggino, ne ha ricevuto una dai suoi parenti calabresi quando hanno saputo che era incinta di mia nipote. Seguendo le usuali regole di translitterazione dal Siciliano, in Italiano cuddhura diviene “collura”, come testimoniato dall’italianizzazione dell’omonimo cognome madonita, anche se ovviamente una traduzione a senso potrebbe dare anche “collare”. Cuddhura in siciliano indica praticamente tutto quello che abbia forma toroidale, dalla guarnizione di pastella per sigillare la cuscusera, al salvagente a forma di ciambella! Le simit istanbulite (caratterizzate da pasta salata, sesamo, e vino cotto) non sono che una delle innumerevoli possibili varianti, che tra l’altro mi è capitato molte volte di gustare in Sicilia (ed infatti la prima volta a Istanbul non avevo nemmeno fatto caso alla possibilità che potessero ritenere le simit come una sorta di prodotto tipico locale, le avevo mentalmente catalogate come cuddhuri salate turche!). Nota personale: ogni volta che vedo un Istanbulita offrire i pezzi di una simit ai gabbiani, mi viene in mente che probabilmente perpetua lo stesso gesto con cui per secoli chi viaggiava per mare cercava il favore di Poseidon per garantirsi un passaggio sicuro.

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Un commento su “I sapori di Istanbul, il simit

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