Libertà di stampa americana in Turchia

La cosiddetta “libertà di stampa” è ormai un vuoto slogan, un feticcio: uno strumento della lotta politico-ideologica che implica ipocrisie e doppiopesismi, più che un reale meccanismo di tutela dei giornalisti.

Che poi, perché il giornalista dovrebbe avere sempre ragione? Perché dovrebbe essere considerato al di sopra della legge? I giornalisti sono esseri umani: possono agire per preservare ideali e principi, ma anche per promuovere propri interessi che possono essere per l’appunto politico-ideologici (di parte) o addirittura economici.

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Comunque, voglio parlarvi di un caso specifico che riguarda la Turchia: contro la quale, da qualche anno, la “libertà di stampa” è per l’appunto usata come una clava. In questi giorni, si sta scatenando una guerra diplomatica con gli Stati Uniti: un impiegato turco del consolato USA di Istanbul è stato arrestato per spionaggio, forse anche un secondo; gli Usa hanno bloccato le procedure per la concessione di visti ai cittadini turchi, la Turchia ha adottato in risposta un provvedimento analogo.

Nel bel mezzo della crisi, l’ambasciatore americano John Bass – lascerà presto la Turchia, per un normale avvicendamento – aveva già programmato una conferenza stampa. E sapete chi ha invitato? Solo ed esclusivamente testate che lui reputa “serie”: cioè, quelle non schierate a favore del governo. E in più, pur avendola invitata in precedenza, all’ultimo minuto ha disdetto la partecipazione di una giornalista che scrive come opinionista per il quotidiano filogovernativo Daily Sabah (la sua colpa, un articolo apparso su quel quotidiano – articolo non suo, però – sul coinvolgimento dell’ambasciatore nei complotti contro Erdoğan).

Personalmente, ritengo che l’ambasciatore Bass e chiunque altro siano del tutto liberi di invitare chi vogliono, alle loro conferenze stampa: ma chi introduce criteri politici nel vagliare i partecipanti, poi come fa a rinfacciare la cosiddetta “libertà di stampa” a chi pratica simili procedure selettive?

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