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La Turchia è ormai una minaccia, per gli Italiani

Turchia

Nel nuovo sondaggio dell’Ispi, su “Gli italiani e la politica internazionale“, c’è un dato che riguarda direttamente la Turchia: un dato per me assolutamente non sorprendente, che rispecchia in ogni caso in modo fedele quanto si sente nelle conversazioni e si legge sui social networks.

In buona sostanza, ormai gli Italiani considerano la Turchia “una minaccia”. Nel sondaggio, al punto 5, gli intervistatori hanno chiesto ai partecipanti (in tutto mille): “Quale paese rappresenta la maggiore minaccia per il mondo?“.

Le risposte: Cina, al 27%; Iran, al 15%; Turchia, al 14% (nel 2018, a considerarla tale era appena il 3% degli intervistati). Il commento offerto dallo studio è:

“Cambia la geografia delle minacce: la Cina balza in cima alle preoccupazioni degli italiani, complice il ruolo da protagonista giocato nei primi mesi della pandemia, tra ritardi e invio di aiuti.

Ma è in crescita anche la Turchia, potenza sunnita molto più attiva nel Mediterraneo, dalla Libia ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, e nell’Asia centrale (con l’appoggio all’Azerbaigian nel conflitto del Nagorno Karabakh).”

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Sorvolo su quel “potenza sunnita”, che in una pubblicazione di un think tank specializzato stona parecchio. Mi concentro sul risultato: gli Italiani – o almeno, un campione però rappresentativo – considerano la Turchia una minaccia “per il mondo” (addirittura!) al pari dell’Iran.

Le ragioni sono note, sono ovvie: la campagna mediatica di diffamazione e demonizzazione in atto da un decennio, in modo particolare dopo le rivolte di Gezi. Il golpe del 2016 e le operazioni militari contro lo Ypg (il ramo siriano dell’organizzazione terroristica Pkk) in Siria, nel 2019.

Come ho spesso scritto su questo blog, si è creata una saldatura tra la destra islamofoba e la sinistra movimentista: quindi la Turchia e il suo presidente Erdoğan, qualunque cosa accada, vengono presentati come i responsabili, “i cattivi”.

Per la Turchia si parla di “dittatura”, viene inventato un assurdo “sterminio dei curdi” (quando non diventa addirittura un “genocidio”), le misure contro l’organizzazione eversiva responsabile del golpe del 2016 diventano “arresti di insegnanti e giornalisti”. Poi c’è l’evergreen della cosiddetta “islamizzazione”, topos propagandistico fondato su notizie inventate o deformate: le “spose bambine”, gli “stupri legalizzati col matrimonio”, le moschee costruite dappertutto (dimenticando ovviamente le chiese e le sinagoghe restaurate dopo decenni di abbandono).

Per l’appunto, a me questo risultato non sorprende: perché è la diretta conseguenza di almeno un decennio di propaganda nera contro la Turchia – ho citato varie volte alcuni dei giornalisti responsabili – che è andata avanti senza che venisse adottata una strategia intelligente per contrastarla. Invece, ancora nei giorni scorsi il leader dell’organizzazione terroristica Pkk è stato definito “eroe” da un giornalista importante.

Vedremo se almeno questo dato – sbattuto in faccia, in modo brutale – faccia riflettere e porti a scelte diverse.

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