La Turchia e i terroristi armeni

CTRiproduco anche qui il mio nuovo post del blog di “cose turche” che tengo per LookOut News

Un drappello di diplomatici in pensione ha sfilato sabato per le vie di Ankara: non per avanzare richieste sindacali o per contestare scelte politiche del governo, ma per ricordare i 46 tra colleghi (e loro famigliari) e altro personale uccisi negli anni ’70 e ’80 da terroristi armeni. I principali responsabili: i “rivoluzionari” dell’Esercito segreto armeno per la liberazione dell’Armenia (Asala, nell’acronimo inglese), fondata a Beirut da cittadini libanesi per l’appunto di origini armene.

Quando si ragiona sul perché la Turchia non ha la minima intenzione di riconoscere la tragedia del 1915 come “genocidio”, al di là dell’esistenza di interpretazioni alternative offerte da alcuni storici, bisognerebbe tenere in considerazione altri eventi che sulla stampa meritano di solito distratte menzioni: non tanto gli omicidi di Talat e Cemal paşa (due dei leader dei Giovani turchi) nei primi anni ’20, ma le decine e decine di spietate azioni terroristiche – alcune estremamente sanguinose e indiscriminate, come negli aeroporti di Parigi e Ankara – che sono diventate parte integrante della memoria collettiva turca, influenzando ancora oggi la percezione delle effettive intenzioni di Erevan.

Tra gli obiettivi dichiarati dei terroristi dell’Asala, infatti, c’erano la pura e semplice vendetta e la volontà di fare pressioni sulla Turchia per farle ammettere le proprie responsabilità, ma anche rivendicazioni economiche e territoriali (la porzione orientale dell’Anatolia assegnata all’Armenia dal trattato di Sèvres del 1920, però mai applicato). Posizioni massimaliste che solo in parte sono state abbandonate: “riconoscete, scusatevi, risarcite”, recitava uno striscione esibito dagli armeni della diaspora, il 24 aprile, alle commemorazioni di Istanbul.

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