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Ilaria del Carretto, l’eterno amore di Paolo Guinigi

All’interno del Duomo di San Martino a Lucca è collocata una delle opere più importanti di Jacopo della Quercia, il sarcofago di Ilaria del Carretto.

Si tratta di un’opera scultorea realizzata all’inizio del XV secolo, commissionata a Jacopo della Quercia da Paolo Guinigi, che fu signore di Lucca dal 1401 al 1430.

PaoloGuinigi

Paolo Guinigi proveniva da una famiglia che già dal 1370 aveva acquisito potere e importanza in città e fu nominato Capitano del Popolo nel 1401 grazie all’aiuto di Giovanni Sercambi, scrittore di cronache lucchesi del tempo, che suscitava ed incrementava nel popolo la paura di un’invasione da parte di Firenze appoggiata dalla famiglia Forteguerra, rivale dei Guinigi. Ben presto Paolo Guinigi prese in sposa Maria Caterina degli Antelminelli, ultima erede della famiglia di Castruccio Castracani. Sembra che il matrimonio, che non fu mai consumato, sia avvenuto quando la giovane aveva appena 11 anni e che questa sia deceduta subito dopo le nozze. Grazie a quest’unione il Guinigi potè appropiarsi degli spazi in cui risiedeva Castruccio Castracani, in corrispondenza dell’attuale Palazzo Pubblico presso quella che oggi è Piazza Napoleone. Qui, sui resti dell’Augusta, ovvero l’imponente residenza di Castruccio, Paolo Guinigi fece erigere una nuova fortezza che chiamò Cittadella dove istituì la sede del suo potere.

Negli anni a venire Paolo Guinigi ebbe altre tre mogli, la seconda delle quali fu Ilaria del Carretto, proveniente dal nobile casato dei Marchesi di Savona. Ilaria morì dando alla luce la sua secondogenita Ilaria Minor e in memoria del grande amore che li legava, Paolo Guinigi decise di far realizzare il meraviglioso sarcofago che rappresenta uno dei migliori esempi di scultura funeraria del 1400.

Tomba di Ilaria del Carretto_Lucca-Duomo

Jacopo della Quercia lavorò all’opera dal 1406 al 1408 ed originariamente era collocata nel transetto meridionale del Duomo di San Martino, presso un altare di proprietà della famiglia Guinigi. Infatti è ancora possibile notare, in prossimità di tale altare, una striscia di pavimentazione irregolare che era un frammento del piedistallo sul quale doveva esser posto il monumento di Ilaria. La sua posizione, all’interno del Duomo, era anche un simbolo politico perché faceva sì che i lucchesi si ricordassero sempre dell’importanza della famiglia Guinigi che, in questo modo, era riuscita a crearsi una sorta di cappella signorile all’interno della Cattedrale. Dopo una serie di peregrinazioni all’interno della Chiesa, nel 1887 il sarcofago giunse alla sua collocazione attuale presso la sacrestia.

La grande maestria di Jacopo della Quercia permise di realizzare un monumento che non fosse commemorativo di una defunta, ma che celebrasse l’amore di un marito per la moglie, sfidando il tempo e rendendola immortale. Ilaria, infatti, giace come addormentata su di un letto con la testa poggiata sul cuscino e con ai piedi un cagnolino, simbolo di fedeltà. La tipologia di monumento funebre si lega al passato secondo il modello francese e l’utilizzo di un raffinato gusto gotico, ma si proietta anche al futuro grazie al forte senso plastico, ma soprattutto per l’utilizzo di motivi rinascimentali come le decorazioni dei festoni sorretti da putti lungo i lati del sarcofago. La veste indossata da Ilaria è molto elegante e raffinata ed è caratterizzata, secondo le mode dell’epoca, da ampie maniche che terminano con particolari polsini aderenti e da una stretta cintura legata sotto il seno. Il copricapo a ghirlanda lascia cadere ai lati del volto i riccioli della giovane e le mani poggiate sul ventre ricordano le cause della morte, peritonite conseguente al parto. Infine, su uno dei lati del sarcofago è posto lo stemma che identifica l’unione della famiglia dei Guinigi con quella dei Del Carretto.

IlariadelCarretto, sarcofago, JacopodellaQuercia

In realtà, Ilaria non è mai stata sepolta in questo magnifico monumento funebre, ma le sue spoglie si trovano nella Cappella di Santa Lucia, meglio conosciuta come Cappella Guinigi, all’interno della Chiesa di San Francesco a Lucca. Questa sensazionale scoperta non risale a molto tempo fa, ma solo al 2010 quando, all’interno della Cappella, si scoprirono tre sepolture singole che dovevano appartenere a personaggi di rango nobiliare dato che si vollero preservare dall’essere confuse con gli altri scheletri qui sepolti appartenenti ad altri discendenti dei Guinigi. In effetti, grazie ad accurate indagini archeologiche si è potuto identificare le tre salme con tre delle quattro mogli di Paolo Guinigi: Jacopa Trinci, Maria Caterina degli Antelminelli e Ilaria del Carretto. Gli studi sullo scheletro di Ilaria mostrano una donna adulta tra i 20 e i 27 anni di origine non lucchese, la cui alimentazione doveva essere molto diversa da quella dei Guinigi, infatti la ragazza era originaria di Savona e visse a Lucca solo due anni, dal matrimonio con Paolo Guinigi alla morte nel 1405.

Nel 1430, alla caduta di Paolo Guinigi, in seguito ad una congiura capeggiata da Pietro Cenami e Lorenzo Buonvisi, i beni della famiglia furono confiscati e alcuni dispersi. Anche il monumento di Ilaria venne privato di tutte quelle parti che si riteneva potessero condurre al tiranno, come la lastra con lo stemma, che venne poi recuperata e un’iscrizione commemorativa che invece è andata perduta. Paolo morì nel 1432 nel carcere di Pavia, prigioniero del duca di Milano e l’unica preziosa testimonianza che ci resta del suo tesoro sono due inventari redatti dopo la sua morte e la preziosa Croce dei Pisani conservata all’interno del Museo della Cattedrale a Lucca.

Citazioni:

  • Gabriele d’Annunzio, Elettra, “Le città del silenzio”

« (…) Ora dorme la bianca fiordaligi

chiusa ne’ panni, stesa in sul coperchio

del bel sepolcro; e tu l’avesti a specchio

forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi.

Ma oggi non Ilaria del Carretto

signoreggia la terra che tu bagni,

o Serchio (…) »

  • Salvatore Quasimodo, Davanti al simulacro di Ilaria del Carretto , “Ed è subito sera”

Sotto la terra luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, o cara, e Sirio
perde colore, e ogno ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.

  • Pier Paolo Pasolini, L’Appennino, “Le cenere di Gramsci”

(…) Dentro nel claustrale transetto

come dentro un acquario, son di marmo

rassegnato le palpebre, il petto

dove giunge le mani in una calma

lontananza. Lì c’è l’aurora

e la sera italiana, la sua grama

nascita, la sua morte incolore.

Sonno, i secoli vuoti: nessuno

scalpello potrà scalzare la mole

tenue di queste palpebre.

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia

perduta nella morte, quando

la sua età fu più pura e necessaria. (…)

  • Jhon Ruskin, critico d’arte britannico (1819-1900)

Devo fermarmi un attimo con il pensiero alla tomba di Ilaria del Carretto e a quanto precocemente, allora, ebbi la certezza che da quel momento sarebbe stata per me il modello supremo.