Sotto lo sguardo dei monti

C’è un angolo delle Marche, a sud e lungo la via Salaria, che si incunea tra tre regioni: l’Umbria, il Lazio e l’Abruzzo, ma anche tra due catene montuose e ai relativi parchi nazionali: i Sibillini e la Laga.

E’ un luogo remoto e forse per questo carico di storie e di misteri. Un antico crocevia di culture e di avvenimenti.

Partiamo, per il nostro viaggio, da Forca Canapine. E’ maggio, ma le cime sono ancora innevate e l’aria fresca contrasta con il sole già caldo.

Ci incamminiamo per una strada che segue il crinale allontanandosi dai Sibillini ma sempre sotto la mole enorme del monte Vettore. A sud lo sguardo si distende verso le cime bianchissime della Laga e del Gran Sasso.

In breve, tra pascoli appena risvegliati dal disgelo e cavalli bradi, siamo ai Pantani. Un luogo unico, una zona umida a oltre 1500 m. di quota, immerso in una pace che non è sbagliato definire “celeste”, perchè il cielo da lassù è davvero più vicino.

 

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Capodacqua

Scendiamo in auto seguendo la ripida valle del Rio, un modesto ruscello che durante il disgelo diventa simile un fiume. Il rumore forte del suo scrosciare si unisce alle campane nel paese di Capodacqua.

Qui, le case di pietra – tipiche dei villaggi montani – si arricchiscono di un elemento originale: le “verdesche”. Tipici balconi in legno uniti alla falda del tetto secondo una modalità del tutto affine a quanto avviene nei villaggi montani dei Balcani, specie in Albania, ma del tutto anomalo nel centro Italia.

Alcuni associano addirittura il nome “verdesca” alla parola albanese “ndertesa, che significa costruzione o edificio.  Una comunità proveniente dall’Albania si è forse venuta a rifugiare in questa lontana valle? E nel caso, a quando risale questo avvenimento?  Non lo sappiamo.

Come non sappiamo perché proprio a Capodacqua sia stata edificata nel ‘500 la bellissima chiesa di S.Maria del Sole, a pianta ottagonale. All’interno affreschi attribuiti – ma sembra in modo errato – a Cola di Amatrice.

Ma la chiesa ci mostra un altro mistero al suo esterno in quanto presenta due facciate principali: quella in cui si entra, rivolta ad est, e un’altra a sud con maggiori decori in cui si nota l’architrave scolpito con i simboli di una stella: un sole e una luna. Simboli magici o antichi riferimenti ad ancestrali  culti pagani? Anche questo resta un mistero, ma notiamo come altri architravi  nel paese presentino simboli geometrici: il fiore della vita (noto in area italica fino dall’VIII secolo a.c.), la spirale, altri fiori a sei petali…

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Copia della Sacra Sindone

Lasciata Capodacqua arriviamo alla via Salaria discendendo verso Arquata del Tronto.

Il piccolo borgo ai piedi del paese e della bellissima Rocca, conserva un’inaspettata sorpresa. Nella umile chiesa di San Francesco, che presenta due navate e due altari, è conservata una copia della Sacra Sindone. Chi non è stato a Torino a vedere l’originale può venire qui a vederla ancora più da vicino e provare la stessa forte emozione. Anche in questo caso ci si chiede: perché proprio qui si conserva un oggetto così importante per tutta la cristianità?

Ma proseguiamo il viaggio ritornando alla vicina Trisungo, sulla Salaria; da lì saliamo sull’altro lato della valle, quello della Laga, fino al paese di Spelonga. Il paese, allungato lungo la vecchia strada, è immerso in un paesaggio alpino e guarda verso il monte Vettore e l’entroterra di Arquata fino ai confini con Montegallo.

E’ un paese ancora abitato e per niente turistico, anche se presenta delle potenzialità turistiche davvero straordinarie. Raggiungiamo la chiesa parrocchiale, anch’essa ricca di notevoli affreschi incorniciati su quadri appesi alle pareti.  Alla destra dell’altare c’è una specie di arazzo sbiadito. Un tempo doveva essere di colore rosso e al centro sono ricamate tre lune con un sole al centro. Ancora il simbolo della luna e sole… ma stavolta una spiegazione c’è: è una bandiera ottomana strappata al nemico durante la battaglia di Lepanto dai prodi soldati di Spelonga chiamati, da questo paese di montagna, a partecipare al glorioso scontro marinaro.

Proseguiamo la strada che si inoltra nel versante in direzione del Lazio fino a Colle che è davvero l’ultimo paese delle Marche. Il paese è costruito su un costone roccioso ma la fragile strada di accesso è in parte franata di recente. Prima della frana e ben visibile dal villaggio, sulla cima di uno sperone roccioso, si trova  la bella chiesa di San Silvestro. Essa sembra voler affermare, in questo angolo lontano, tutta la magia e la spiritualità dei tanti luoghi della fede che fanno dell’appennino umbro-marchigiano il “Tibet” d’Europa.

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