Due settimane in Tanzania: PARTE 3/6

Se non hai letto la prima parte, dove spiego i “fondamentali” di un viaggio in Tanzania (perlomeno in base alla nostra esperienza), puoi trovarla QUI.

Qui ci sono i giorni 4 – 6, a questi link trovi invece le altre parti di itinerario:

Giorno 4 – 14 settembre (Serengeti)

L’alba nel Serengeti ci dà il buongiorno e dopo una colazione molto abbondante siamo pronti per risalire sulla jeep alla volta di un game drive splendido nel parco nazionale.

La giornata è splendida e abbiamo anche oggi l’opportunità di avvistare molti animali, come

ippopotami,

splendidi leoni,

ghepardi,

babbuini oliva,

il meraviglioso leopardo,

giraffe,

elefanti,

diverse specie di antilopi,

agama,

scimmie vervet,

sciacalli,

cicogne,

e come sempre tantissime zebre e gnu

Per pranzo ci fermiamo sotto un gruppo di alberi in mezzo alla savana (avendo appurato l’assenza di felini) e la sera ritorniamo impolverati e soddisfatti al nostro lodge tendato e riposiamo per la giornata successiva di safari, sempre nel Serengeti.

Giorno 5 – 15 settembre (Serengeti)

Il game drive di questa giornata lo trascorriamo sempre a zonzo nel Serengeti in cerca di avvistamenti interessanti. Riusciamo a vedere dei leoni

ghepardo

diverse specie di volatili, come l’uccello segretario, la ghiandaia, gli struzzi,

antilopi, babbuini oliva, coccodrilli,

e “come al solito” bufali, zebre.

Finito il game drive, pranziamo ai cancelli del Serengeti concedendoci di provare il vino che la nostra guida tiene a bordo della jeep (un rosso africano), che non troviamo granché.

Prendiamo dunque la strada per rientrare a Karatu. Nel tragitto, ormai fuori dal Serengeti, ci fermiamo in un villaggio Maasai per visitarlo.

Esistono diversi villaggi visitabili, le guide sanno dove portarvi. Per entrare, bisogna pagare una cifra, direttamente ai Maasai, che varia a seconda del villaggio e di come va la contrattazione. Un prezzo standard potrebbe essere quello di 80 $ a jeep, ma a noi hanno chiesto molto di più e contrattando poco abbiamo chiuso a circa 100. Avremmo certamente potuto pagare meno ma in quel momento non abbiamo voluto contrattare, sentendoci molto “turisti ricchi” in una situazione disagiata. Una volta entrati, capiamo tuttavia che la visita al villaggio Maasai è una esperienza molto turistica: gli abitanti (quelli presenti nel villaggio, molti sono in giro ad occuparsi degli animali o altre faccende) si esibiscono in danze tipiche, coinvolgendo anche noi direttamente. L’esperienza, di per sé simpatica, è un po’ rovinata perché, dal modo in cui parlano tra loro e dalle espressioni facciali, abbiamo l’impressione che ci prendano in giro. ù

Dentro il villaggio visitiamo una abitazione tipica. Il figlio del capo del villaggio ci dà in inglese tantissime informazioni su come vengono costruite le loro abitazioni, i loro usi e costumi, le loro attività. Risponde anche con grande dettaglio alle nostre domande. Emerge il quadro di una società “arcaica”, dove il capo villaggio ha 15 mogli, si organizzano matrimoni combinati con donne di altri villaggi, impossibilità da parte delle donne di abbandonare il villaggio e altro ancora. La casa che vediamo è surreale: una capanna completamente buia, per tentare di trattenere più calore possibile, con un solo spiraglio di pochi cm quadrati per la luce e per fare uscire il fumo quando si cucina. Giacigli piccoli dove dovrebbero dormire 3-4 bambini contemporaneamente. Però abbiamo come l’impressione che non vivano realmente qui, e che il villaggio sia un po’ una “trappola per turisti”.

I Maasai fondamentalmente sono dei pastori, gli uomini si occupano dunque di questo e della protezione del villaggio, le donne fanno tutto il resto (oltre a badare alle famiglie e alla cucina, si occupano di tutta la manutenzione e anche della costruzione delle case!). Le cose nel tempo sono cambiate e molti giovani Maasai decidono di non rimanere pastori come i propri padri ma si spostano per studiare.

Finita la visita all’abitazione, il nostro Virgilio ci conduce davanti a delle bancarelle dove è possibile acquistare artigianato locale (maschere di legno, statuette in ebano, braccialetti con le perline e tanto altro ancora). Ci spingono molto a comprare qualcosa, insistendo sul fatto che i proventi sono dedicati esclusivamente alla comunità femminile (però i soldi sembra intascarli comunque il capo). Dopo un’altra esperienza di contrattazione con loro, per noi molto formativa soprattutto in vista del successivo trasferimento a Zanzibar, ci fanno visitare la scuola locale. Si tratta di una capanna dove troviamo tutti i bimbi pronti tra i banchi, ed una bambina si esibisce nella lettura alla lavagna dei numeri in inglese, mentre i suoi compagni li ripetono in coro. Conosciamo anche l’insegnante, che, ci spiegano, viene da un altro villaggio Maasai. Anche qui, ci chiedono una donazione esclusivamente per la scuola (ma finisce davvero alla scuola?).

Una volta terminata la visita, ci rimettiamo in viaggio per Karatu. Sulla via del ritorno ci fermiamo in un punto panoramico dove si può osservare l’area del cratere del Ngorongoro dall’alto.

Ritorniamo a vedere il paesaggio rosso dei villaggi sulle arterie principali e infine raggiungiamo il posto dove pernottiamo, il Ngorongoro Coffee Lodge.

Giorno 6 – 16 settembre (Tarangire e transfer a Zanzibar)

È il nostro ultimo giorno di safari. Ci alziamo di buona lena e prendiamo la jeep per raggiungere il Parco Nazionale del Tarangire. Questo parco presenta paesaggi assai diversi da quelli che abbiamo visto nell’area del Ngorongoro e nel Serengeti: c’è molta vegetazione, ci sono molti dislivelli, c’è più acqua. Tra la vegetazione spiccano tantissimi baobab anche ultracentenari, che sono una delizia per gli occhi.

Il Tarangire è il posto ideale per avvistare gli elefanti: ve ne sono tantissimi e girano in branchi anche molto numerosi.

Osserviamo anche avvoltoi e cicogne che si cibano di una carcassa

struzzi, facoceri, gnu, tessitore beccorosso,

antilopi (notare come in questo branco di impala vi sia un unico maschio, che “terrà” il branco finché non verrà sconfitto da un altro maschio. Dopo una eventuale sconfitta, vivrà in solitudine o con soli altri maschi)

Finito il nostro game drive, è l’ora di raggiungere l’aeroporto di Arusha per prendere il nostro volo Air Tanzania verso Zanzibar. Salutiamo il mitico Fadili, lasciamo la mancia e attendiamo il nostro aereo. Arusha è un aeroporto surreale: la sala d’attesa è un tendone all’aperto attaccato alla pista…

Atterriamo in perfetto orario a Zanzibar, dove fuori dall’aeroporto ci attende la guida del tour operator Capitan Findus, contattato via Whatsapp. La guida ci porta a Stone Town, prima nostra tappa sull’isola.
Ci sistemiamo nell’hotel che abbiamo prenotato, Al-Minar, totale per due notti con colazione 140,09 €, e usciamo per una prima passeggiata serale a Stone Town. All’inizio ci guardiamo attorno con circospezione: in alcuni punti c’è buio e non ci sono molte persone, quelle che ci sono cercano sempre di attaccare bottone; in altri punti invece (la zona del porto ad esempio) c’è tantissima gente. Spesso molta gente del posto ti ferma e cerca di venderti qualcosa (escursioni, trasferimenti in taxi, souvenir) ma non hanno cattive intenzioni, basta capire come interagire con loro e non ci si sente più “assaliti” come all’inizio.

Per cena prendiamo qualcosa alle bancarelle dello street food: il pesce la fa da padrone, sarà il leitmotiv di tutta la permanenza sull’isola, ma per chi non lo mangia è possibile trovare anche della carne. Proviamo dei buonissimi spiedini di aragosta e polpo, che ci vengono serviti assieme a delle verdure, spendiamo circa 10 $ a testa.

Il resto dell’itinerario negli articoli successivi: